Gomorra: un cult tutto italiano

Le serie tv hanno subito un’enorme evoluzione nel corso degli anni. Inizialmente le serie italiane erano inesistenti e chi come me ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza tra gli anni Settanta e Ottanta l’imprinting alla fiction televisiva lo ha ricevuto dal modello americano.

Fino agli anni Settanta-Ottanta la narrazione a puntate prevedeva episodi principalmente autonomi tra loro: i personaggi rimanevano quasi sempre gli stessi e anche la storia principale, ma se lo spettatore saltava una settimana di visione o iniziava a guardare una serie dopo che erano già state trasmesse delle puntate non aveva problemi a comprenderne la trama. In rare occasioni, quando la storia era un po’ più complessa, una puntata poteva essere trasmessa in due tranche, e ricordo che quando compariva la scritta “to be continued” o “fine prima parte” provavo un certo fastidio: l’idea di dover essere per forza a casa la settimana o il giorno successivo per vedere come finiva il racconto mi irritava; inoltre a volte le tv italiane trasmettevano le puntate in disordine e le seconde parti degli episodi le facevano saltare, con enorme mio disappunto.

Nel momento in cui sono state introdotte le serie tv in cui la narrazione si dipanava su più episodi e rimaneva aperta anche per la serie successiva, devo ammettere di aver perso anche alcuni serial di culto, come “Twin Peaks”, ad esempio (tranquilli, ho poi recuperato). Era frustrante dover essere legati ad un appuntamento fisso, che se veniva mancato per qualche volta, faceva perdere dettagli importanti che rendevano la visione di difficile comprensione. Tutto è cambiato quando la tecnologia ha permesso di programmare le registrazioni, e successivamente prima Sky e poi Netflix hanno avviato una vera rivoluzione sul modo di guardare la tv. Ora che è possibile vedere le puntate quando si vuole, la mia intolleranza alla frustrazione non mi impedisce più di seguire anche queste fiction televisive con narrazione aperta e progressiva. Certo, c’è ancora la delusione quando una stagione si conclude ed è necessario attendere la successiva per scoprire il risultato del classico colpo di scena dell’ultima puntata, ma questo lo posso quasi tollerare.

Un secondo cambiamento attraversato dalle serie tv americane è che mentre in passato gli attori che vi recitavano erano principalmente degli sconosciuti, che diventavano famosi proprio attraverso il successo ottenuto dalle serie e conseguentemente passavano al cinema, attualmente sono i grandi attori del cinema ad essere chiamati per assicurare il successo delle serie moderne. Mentre “Mork & Mindy”, “Henry e Kip” e “Casa Keaton” sono stati il trampolino di lancio rispettivamente di Robin Williams, Tom Hanks e Michael J Fox, Jessica Lange, Kevin Bacon, James Spader e Kevin Spacey, per citarne solo alcuni, sono stati rispettivamente il trampolino di lancio delle serie tv “American Horror Story”, “The following”, “The blacklist” e “House of cards”.

Le serie tv cambiano, e ti cambiano anche. Almeno, con me questo è accaduto. Ho accennato prima che il mio imprinting è stato americano. Questo non è avvenuto solo per i serial trasmessi in televisione, ma anche per il cinema. Non sono mai stata una grande fruitrice di prodotti italiani; pur apprezzando molti grandi artisti della nostra industria cinematografica, come Federico Fellini, Vittorio Gassman e Giancarlo Giannini, per citarne alcuni, la maggior parte del mio interesse di cinefila è stato orientato verso l’oltreoceano. Il cinema italiano e gli attori italiani hanno avuto enormi successi a livello mondiale ed è stata un’emozione grandissima vederli ottenere premi cinematografici prestigiosi e riconoscimenti internazionali, ma per quanto riguarda i prodotti per la televisione il nostro paese era ancora, almeno per quanto concerne la mia modesta opinione, all’età della pietra. Finché non è arrivata “Gomorra”, una serie tv nata da un soggetto di Roberto Saviano e diventata il primo vero “cult” tutto italiano del genere. Un prodotto doc, originale e inimitabile.

Per me è stata una vera folgorazione, tanto che personalmente ritengo sia una delle serie tv più belle che siano mai state fatte. Grande sceneggiatura, bellissima colonna sonora, ottima regia e attori di altissimo livello. Si prova un tale malessere alla fine di ogni stagione, che ci si chiede perché ci sia stato propinato “Beautiful” per trent’anni e “Gomorra” non possa essere trasmesso ogni giorno.

“Gomorra” mi ha cambiata, perché ha orientato il mio sguardo in modo più attento sul talento italiano, mi ha spinta ad essere più curiosa verso le produzioni nazionali, perché quando non facciamo fuggire i cervelli siamo capaci davvero di distinguerci, di dare un contributo speciale alla cultura del nostro paese.

Benché tutte le componenti di questa serie siano di eccellenza, e si debba riconoscere il contributo di tutti coloro che l’hanno resa un prodotto così valido (a partire da quello di Roberto Saviano, che ha piantato il primo seme, per arrivare alla regia, alla fotografia, alle musiche), e nonostante tutti gli attori che vi recitano o, ahimè, vi hanno recitato e non sono più presenti nell’ultima stagione, siano di grande livello, sono due le persone che mi hanno particolarmente colpita in questo lavoro: Marco D’Amore (che interpreta Ciro Di Marzio, detto “L’immortale”) e Salvatore Esposito (che recita la parte di Genny Savastano).

Marco D’Amore è un attore di teatro e si vede. La sua recitazione è impeccabile ed estremamente realistica. Dopo averlo conosciuto e apprezzato in “Gomorra”, ho confermato l’opinione positiva che ho su di lui, con la visione del film “Un posto sicuro”: una storia intensa, commovente, terribilmente vera. La strage Eternit e le sue vittime raccontate attraverso il rapporto tra un figlio e suo padre, con l’ausilio di filmati originali e testimonianze vere. Un viaggio realistico in una delle più grandi tragedie dei nostri tempi, reso ancora più coinvolgente dalla strepitosa performance di Marco D’Amore. Un artista che vale la pena di seguire e che merita una lunga e luminosa carriera nel cinema.

Di Salvatore Esposito l’aspetto che mi ha maggiormente colpita è la sua trasformazione nel corso delle tre serie di “Gomorra”. Moltissimi anni fa vidi il documentario girato sul set di “Shining” da Vivian Kubrick e rimasi estremamente colpita da una scena che aveva come protagonista il grande Jack Nicholson. Stanley Kubrick era sdraiato a terra e teneva la telecamera puntata sul volto di Nicholson. I due stavano scherzando e ridendo e a un certo punto il regista diceva improvvisamente “ciak”. Il volto di Jack, fino a un millesimo di secondo prima sorridente e divertito, si trasformò immediatamente in quello dello psicopatico Torrance. Rimasi folgorata da questa sequenza, che dimostrava l’estrema bravura di Nicholson. Perché vi racconto questo aneddoto? Non perché io voglia fare un paragone diretto tra Salvatore Esposito e Jack Nicholson, bensì per dirvi che l’emozione che io personalmente ho provato quando Genny Savastano è tornato dall’Honduras è stata molto simile a quella che ho avuto quando ho visto il documentario girato dalla figlia di Kubrick.

Il personaggio che Salvatore Esposito ha recitato inizialmente era quello di un Genny un po’ goffo, imbranato e immaturo, ma quando il figlio di Pietro Savastano torna in patria dopo quel viaggio di iniziazione è una persona totalmente diversa, spietata, crudele. Non è certo il nuovo taglio di capelli l’elemento fondamentale di questa profonda trasformazione. Esposito è ugualmente credibile in entrambi i ruoli e il cambiamento è così netto e profondo che il flashback sulla scena in cui Nicholson diventa Torrance è venuto alla mia mente in modo immediato, nonostante avessi quasi dimenticato quel documentario visto così tanti anni prima. Solo un bravo attore può riuscire a trasformare se stesso in personaggi così opposti, cambiando in modo repentino la percezione dello spettatore.

Un’ultima cosa vorrei dire su D’Amore ed Esposito, sempre partendo dalla mia esperienza personale: questi due giovani attori sono in questo momento all’apice del successo ed è facile quando si è famosi salire sul piedistallo e distaccarsi dalla dimensione “umana”. Loro non lo hanno fatto, sono rimasti con i piedi per terra e questo li rende ancora più apprezzabili, come artisti e come persone. Se vi capita di dare un’occhiata ai loro profili twitter vedrete che hanno entrambi un contatto diretto con chi li segue. Un giorno ho pubblicato un tweet sul mio profilo, e sono stata sorpresa quando ho visto che Marco D’Amore e Salvatore Esposito avevano messo “mi piace” al post ed Esposito lo aveva anche ritwittato. Sono andata quindi ad esplorare i loro profili e ho notato che erano pieni di tweet dei loro fan, con i quali interagivano anche attraverso commenti e feedback. Un atteggiamento, nel mondo dello spettacolo, molto raro.

È strano, ma esistono ancora degli italiani che non hanno visto la serie “Gomorra”; se qualcuno dei miei lettori è tra loro gli consiglio di recuperare perché ne vale assolutamente la pena. La terza stagione, ormai purtroppo in dirittura di arrivo, è davvero avvincente; per esempio c’è una scena in cui si svolge una rapina in banca che non ha nulla da invidiare ai migliori film di azione americani. Guardatela e non potrete più farne a meno!

 

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".

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