Mindhunter: i serial killer e le origini del profiling

 


“Il viaggio nella mente del criminale violento è una ricerca di cui non si vede ancora la fine. I serial killer sono per definizione assassini che imparano dall’esperienza. A noi spetta il compito di imparare più in fretta di quanto facciano loro”.
(Dal libro “Mindhunter” di John Douglas e Mark Olshaker, 1996)

Alla psicologia sono approdata partendo dal mio interesse verso la mente criminale, che è nato quando ero ancora una bambina. A dieci anni andai con la mia famiglia a Calenzano, a trovare un amico di mio padre, era la fine del 1981 e quello che al tempo veniva chiamato “Il mostro di Firenze” era attivo ormai da 13 anni. L’ultimo duplice omicidio a lui imputato era appena avvenuto proprio a Calenzano e ricordo di aver parlato a lungo con la figlia diciottenne dell’amico di mio papà per capire come stavano vivendo lei e il suo ragazzo questa terribile storia. Avevano paura di uscire? Avevano cambiato le loro abitudini? I loro genitori erano preoccupati e avevano stretto il coprifuoco? Qualcuno a scuola aveva parlato loro della questione?

I giornali e le televisioni del tempo avevano dato ampio spazio alle notizie legate alla vicenda, inquietanti, sì, ma per me anche molto interessanti. Le vittime erano casuali, non si trattava di crimini legati all’interesse, alla vendetta o a qualsiasi altra cosa che generalmente spingeva qualcuno a commettere un omicidio. In Italia i casi di omicidi seriali erano per fortuna quasi inesistenti e non si sapeva quasi nulla sul tema, al quale molta più rilevanza è stata data dopo l’uscita del film “Il silenzio degli innocenti”.

Fino agli anni Novanta non avevo trovato molte notizie su questo fenomeno, a parte qualche storia su Jack lo Squartatore o qualche notizia dall’America, era difficile trovare dei libri sull’argomento. Avevo però visto e apprezzato, appena adolescente, una miniserie televisiva americana del 1986 che era stata trasmessa dalla tv italiana (forse proprio in seguito all’interesse suscitato dal “Mostro di Firenze”), dal titolo “Il mostro”, interpretata da Mark Harmon e basata sulla storia di Ted Bundy, che purtroppo non ho mai più avuto modo di rivedere con occhi adulti (non so se sia stata ritrasmessa in seguito).

Tutto è cambiato quando sono entrata nella libreria “Murder One” a Londra, nel 1996 (purtroppo ora chiusa definitivamente). Ricordo di averci trascorso una giornata intera, e di essere uscita con borse piene di libri: da “Helter Skelter”, sulle vicende legate alla famiglia Manson, ai libri su Jeffrey Dahmer, sui coniugi West (mia prima lettura sulla “folie a deux”), sugli Strangolatori di Hillside e molti altri. Il mio interesse era rivolto alla mente dell’assassino, alla scena del crimine, alla vittimologia, e ammetto che ammiravo molto il lavoro dell’Unità Scienze Comportamentali dell’FBI, conosciuta anche grazie al film di Jonathan Demme.

Di ritorno dal mio viaggio nella capitale inglese, la mia ricerca di materiale sui serial killer è proseguita e ho trovato in una libreria una pubblicazione della Rizzoli che si intitolava: Mindhunter – La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano”. Ho letto questo libro in un giorno, perché conteneva proprio tutto ciò che volevo sapere sull’unità e sulle teorie che aveva sviluppato nell’ambito del profiling. Pertanto quando due mesi fa sono inciampata nella serie “Mindhunter” su Netflix, mi si è accesa una lampadina nei circuiti neuronali della memoria e mi sono chiesta: “Possibile che questa serie sia tratta da un libro che ho acquistato e letto nel 1996”? Confermato. Una rapida scansione della mia enorme libreria ed ecco comparire il vecchio libro dalle pagine ormai ingiallite. È stato bello rileggerlo in contemporanea alla visione della serie, perché anche se i nomi dei protagonisti sono stati cambiati, è stato mantenuto intatto il contenuto del libro, con riferimenti diretti ai casi raccontati e alle analisi fatte dai veri agenti dell’FBI. Il personaggio di Holden Ford non è altro che John Douglas e quello di Bill Tench rappresenta il suo collega Robert Ressler, altro famosissimo profiler americano.

Tra i casi descritti nel libro e riprodotti nel corso delle puntate della serie ci sono quello di Jerry (Jerome) Brudos, un feticista delle scarpe responsabile della morte di quattro donne (accertate, anche se confessò altri omicidi, mai confermati) e quello di Monte Ralph Rissell, che uccise cinque prostitute in Virginia tra il 1976 e il 1977.

John Douglas, che ha sviluppato la tecnica investigativa del profilo psicologico, è stato anche il consulente per la realizzazione del film più famoso di Jonathan Demme e leggendo il suo libro si possono trovare molte parti della sua storia nei personaggi de “Il silenzio degli innocenti”:

  • John Douglas, proprio come l’agente Starling, incontrava i serial killer per avere delle informazioni da utilizzare per le sue indagini: incontrò e intervistò, tra gli altri, Edmund Kemper, uno dei più efferati serial killer americani, come riprodotto in modo puntuale nella serie, e David Berkovitz, serial killer meglio conosciuto come “The son of Sam”, che ispirerà, molti anni dopo, il film di Spike Lee “S.O.S. – Summer Of Sam”. La peculiarità di Berkovitz fu quella di non volere contatti fisici con le vittime: uccideva le persone a distanza, con una pistola e non aveva contatti con i cadaveri, dopo.
  • Il personaggio di Buffalo Bill è ispirato a un serial killer realmente esistito, di cui Douglas parla nel suo libro, Ed Gein (lo stesso serial killer che ha ispirato anche “Psycho” di Robert Bloch, da cui è stato tratto l’omonimo film cult di Hitchcock), perché come dice il retro di copertina del libro di Douglas….

“Ci sono storie vere più avvincenti di un romanzo. Ci sono persone che non solo oltrepassano nella loro esistenza i confini dell’immaginabile, ma che diventano modelli per i personaggi dei romanzi”. “L’autobiografia di John Douglas racchiude in sé le trame di decine di thriller”.

 


  • Ricordate il percorso dell’agente Starling nel corridoio del carcere al primo incontro con il Dottor Lecter, e del detenuto che le lanciava addosso il suo sperma? E della perquisizione della cella di Lecter e del fatto che le perquisizioni fossero considerate un’invasione dell’intimità dei prigionieri? Si può trovare un’analogia con queste scene nel libro di Douglas:

“I prigionieri odiano qualunque cosa assomigli a una perquisizione, dato che la loro cella è l’unico luogo in cui possono godere di una relativa intimità. Mentre percorrevamo i bracci del carcere, il direttore ci ammonì a non avvicinarci alle pareti, in modo da non essere colpiti dall’urina e dalle feci che gli altri detenuti avrebbero potuto scagliarci addosso”.

  • Anche la proposta di un trasferimento di Lecter in un luogo da cui godere di una vista, in cambio della sua collaborazione, che non era reale ma solo fatta al fine di ottenere delle informazioni da lui, si ispira ad una proposta fatta a un detenuto da Douglas e Ressler non autorizzata dal Bureau ma inventata al fine di ottenere in cambio una maggiore collaborazione.

Insomma, l’analisi comportamentale si è trasferita dalla vita reale alla letteratura? Secondo John Douglas è anche vero il contrario:


“C.August Dupin, il detective dilettante creato da Edgar Allan Poe nel suo classico <<I delitti della via Morgue>> è stato forse il primo esperto di comportamento criminale della storia. Il racconto di Poe costituisce il primo tentativo di utilizzare una tecnica attiva per smascherare il colpevole” (vedremo più avanti in che cosa consiste una tecnica attiva). “Il romanziere inglese Wilkie Collins si occupò di analisi comportamentale in opere avvenieristiche per il suo tempo […] ma fu l’immortale creazione di Sir Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes, a proporla al mondo intero”.

Douglas scrive che in sei anni ha lavorato a 150 casi importanti, ad esempio è stato consulente della task force degli omicidi del Green River. Fu coinvolto anche nel caso di Robert Hansen, serial killer operante in Alaska catturato agli inizi degli anni Ottanta, che portava con il suo aereo delle prostitute in zone isolate e le cacciava come se fossero animali. Anche questa storia è stata raccontata successivamente dal cinema, nel film di Scott Walker “Il cacciatore di donne” con Nicholas Cage e John Cusack (2013).

Il lavoro frenetico, le continue richieste che gli provenivano dai dipartimenti di polizia, i viaggi, il coinvolgimento emotivo con i famigliari delle vittime, portarono John Douglas a livelli di stress insostenibili che incisero fortemente sulla sua salute e misero a rischio la sua stessa vita:


“Per tracciare un profilo psicologico, l’investigatore deve essere disposto ad addentrarsi ogni giorno in un vivente museo degli orrori, a sprofondare nell’abisso del dolore senza ragione e senza rimedio, ad affrontare insomma il cuore di tenebra in cui ogni esploratore, per quanto intrepido, può perdere la vita o l’anima”

“Per capire l’artista” è necessario “studiarne l’opera”, per conoscere il criminale bisogna studiarne il crimine, mettersi nei suoi panni e anche in quelli della vittima, e questo porta necessariamente a guardare dentro l’abisso, con il rischio che l’abisso guardi dentro di te, parafrasando Nietzsche.


“Spesso quando ero al parco o facevo una passeggiata con le bambine, mi capitava di pensare: <<Questo posto mi ricorda la scena del tal delitto, dove scoprimmo il cadavere di quel bambino di otto anni>>”.

Il lavoro di Douglas e dei suoi colleghi è diventato necessario in seguito alla nascita di una nuova tipologia di crimine. Prima gli omicidi riguardavano persone per lo più legate fra loro e fino agli anni Sessanta la percentuale di casi risolti in America era superiore al 90%. Poi il quadro è cambiato e sono aumentati sempre di più i reati commessi da e contro persone sconosciute e privi di moventi chiari. Certamente, come dice Douglas, è probabile che gli omicidi seriali siano molto più antichi di quanto si possa immaginare, anche se il primo caso moderno conosciuto è quello di Jack lo Squartatore (fine Ottocento):


 Le strane leggende incentrate su streghe, vampiri e lupi mannari non sono forse altro che il tentativo di spiegare delitti tanto atroci da risultare incomprensibili agli abitanti delle piccole comunità. […] I mostri dovevano essere necessariamente creature soprannaturali; non potevano essere come gli altri”.

Ho letto molti libri sui serial killer, e la cosa che maggiormente colpisce delle loro storie è che chi era vicino a loro li descriveva come persone normali: Dahmer era un vicino di casa esemplare, finché dal suo appartamento non iniziò a sprigionarsi un insopportabile odore di putrefazione; la scrittrice Ann Rule, che scrisse un libro su Ted Bundy (“The stranger beside me”), fu traumatizzata dalla notizia che il suo amico fosse uno spietato serial killer; John Wayne Gacy fu soprannominato “The killer clown” in quanto faceva il volontario negli ospedali per bambini e fu addirittura ritratto in una foto in compagnia della first lady Rosalynn Carter. Eppure anche oggi abbiamo l’abitudine di chiamare questi assassini “mostri”, perché è più facile per noi accettare la loro esistenza se li spogliamo di qualunque similitudine con l’umanità di cui facciamo parte. È anche protettivo pensare che dietro al nostro vicino di casa o al commesso del negozio non ci possa essere una minaccia, che le persone cattive ma proprio cattive siano solo quelle che appartengono alla categoria dei mostri.

Gli studi di Douglas e della sua unità, hanno portato alla costruzione di una serie di definizioni, teorie e strumenti, che presto sono stati esportati in tutto il mondo. Alcuni termini coniati dall’Unità, sono addirittura diventati parte del linguaggio comune.

Ecco alcuni interessanti elementi messi in evidenza dal libro di Douglas e dalla recente serie tv:

Tre domande da farsi per elaborare un profilo

Cosa è successo? Perché è successo proprio in quel modo? Chi può dunque aver commesso quello specifico reato per quelle specifiche ragioni?

La triade omicida

I serial killer avrebbero spesso in comune tre caratteristiche: un passato di crudeltà verso gli animali, episodi di piromania ed enuresi notturna.

Altre caratteristiche comuni nei serial killer

  • Spesso i serial killer sono attratti dalla divisa e hanno tentato di entrare nelle forze dell’ordine oppure frequentano luoghi frequentati da poliziotti (ad esempio Ed Kemper frequentava abitualmente un bar della polizia e aveva dei buoni rapporti con molti poliziotti), talvolta anche allo scopo di carpire delle informazioni sui casi.
  • Raramente sfogano la propria rabbia sulla persona che l’ha causata (es. madre, moglie, eccetera). Ad esempio Ted Bundy aveva avuto una delusione d’amore e le sue vittime assomigliavano molto alla ragazza che lo aveva ferito. Edmund Kemper uccise molte donne, però alla fine fu uno dei pochi a uccidere la persona a cui era indirizzata la sua rabbia: la madre.
  • Sono per la maggior parte uomini (i casi di serial killer donne sono molto rari, come quello di Aileen Wornous da cui è stato tratto il drammatico film “Monster” del 2003, interpretato magistralmente da Charlize Theron, vincitrice dell’Oscar e del Golden Globe come migliore attrice nel 2004 ), e spesso intelligenti, affascinanti e fortemente manipolatori.

  • Nella maggior parte dei casi hanno avuto un’infanzia o adolescenza traumatica, con famiglie disfunzionali, madri punitive e dominanti, oppure iperprotettive e oppressive, genitori separati, una storia di abbandoni, abusi o violenze, e talvolta iniziano ad uccidere dopo un evento stressogeno scatenante (perdita del lavoro, separazione, nascita di un figlio, ecc.). Edmund Kemper aveva una madre spaventante; il Killer dei Sentieri aveva una madre dominante e violenta e a causa della balbuzie era stato emarginato dai pari durante la scuola; Ted Bundy scoprì di essere figlio di quella che aveva creduto essere sua sorella; Ed Gein aveva una madre non molto dissimile da quella descritta da Bloch in “Psycho”, bigotta, severa ed estremamente punitiva.
  • Le loro fantasie nascono molto prima dei loro efferati delitti, e quando vengono messe in atto i serial killer non riescono più a fermarsi ed evolvono il loro modo di operare nel tempo, perfezionando le loro strategie.
  • Spesso ritornano sui luoghi dei delitti o dove hanno occultato i cadaveri, oppure tengono dei trofei (a volte anche parti del corpo) o sottraggono degli effetti personali delle loro vittime, o ancora conservano fotografie o video dei loro crimini.
  • I serial killer tendono a scegliere le loro vittime all’interno della stessa categoria etnica. Questa affermazione contenuta nel libro e ripresa nella serie non è sempre vera, però. Ci sono stati casi (ad esempio mi viene in mente quello di J.Dahmer) in cui la scelta delle vittime non è stata intrarazziale.

Motivi per cui un serial killer smette di uccidere

Alcuni serial killer non sono mai stati catturati, semplicemente hanno smesso di uccidere e non sono stati identificati (ad esempio lo Zodiac e lo stesso Jack lo Squartatore). I motivi per cui un serial killer smette di uccidere non sono legati ad un controllo dell’impulso omicida, che anzi, spesso diventa sempre più intenso e frequente, come la dipendenza da una sostanza. I motivi per cui un sk scompare sono principalmente tre:

  1. Si trasferisce in un altro paese e i nuovi omicidi non vengono collegati ai precedenti.
  2. Banalmente, muore.
  3. Viene arrestato per un altro reato e sconta una condanna.

La firma

È un elemento che non varia di delitto in delitto e caratterizza il serial killer. È diverso dal modus operandi, che invece può cambiare ed evolversi nel tempo. Riguarda elementi che non sono necessari all’esecuzione del crimine ma sono indispensabili per l’assassino affinché tragga piacere e soddisfazione da ciò che fa. Ad esempio fa parte della firma la “messa in posa” della vittima.

Il modus operandi

È ciò che il serial killer fa quando esegue il crimine (es. utilizzo di un’arma o strangolamento, stupro o no, eccetera). Il MO ha caratteristica di dinamicità, può variare nel tempo a differenza della firma (“firma” è un termine coniato dallo stesso Douglas), con l’”esperienza” e il passare degli anni. È importante saper distinguere tra “messa in posa” (firma) e “messa in scena” o “allestimento” (modus operandi): alcuni assassini allestiscono la scena in un certo modo per sviare i sospetti su di loro, soprattutto quando conoscono la loro vittima (ad esempio, mettono il cadavere in posizioni fortemente sessualizzate quando lo scopo del crimine non è stato lo stupro).

L’importanza dello studio della vittima

Chiunque può diventare vittima di un serial killer, se si trova al posto sbagliato al momento sbagliato, però è importante chiedersi ugualmente: “Perché proprio questa”? Ricordate Buffalo Bill nel film “Il silenzio degli innocenti”? È stato determinante comprendere l’importanza della prima vittima, grazie al suggerimento di Lecter a Starling: tutti noi desideriamo ciò che è intorno a noi, e Buffalo Bill conosceva la prima vittima, l’aveva vista, desiderata. Le donne catturate dopo erano simili nella corporatura, perché l’obiettivo del killer era quello di confezionarsi un abito con la loro pelle (l’uso della pelle delle vittime è il chiaro riferimento alla firma di Ed Gein).

Assassino organizzato

È un assassino astuto, solitamente più intelligente della media, psicopatico. Non lascia nulla al caso, ma pianifica accuratamente e meticolosamente i suoi delitti, portando con sé armi e strumenti necessari. Non lascia tracce di sé, è molto attento e generalmente è una persona integrata e spesso insospettabile, con famiglia o una compagna, un lavoro e uno status medio-alti (un esempio è stato Ted Bundy). Sceglie vittime fuori dalla sua cerchia e generalmente non ad alto rischio.

Assassino disorganizzato

Non pianifica il crimine, ma è guidato dall’impulso del momento. Spesso non ha neppure un’arma con sé, e utilizza il mezzo che ha a disposizione per uccidere la vittima. Le scene dei suoi crimini sono disorganizzate e spesso vi è un accanimento frenetico sul cadavere con cui talvolta può avere rapporti post-mortem a causa di una grande inadeguatezza sessuale. Poco integrato e spesso non autonomo, vive con un parente e svolge lavori precari o manuali che richiedono scarse abilità. Talvolta conosce la vittima. L’assassino disorganizzato è più facile da catturare, perché lascia maggiori indizi.

Dalle parole che Douglas utilizza per farne l’autopsia psicologica, Jack lo Squartatore è classificabile come serial killer disorganizzato:


“Eravamo persuasi che le lettere di dileggio indirizzate alla polizia non fossero opera del vero Jack, ma di un impostore. L’individuo che aveva commesso quei delitti non aveva la personalità di lanciare una sfida pubblica alle autorità. Quanto alle mutilazioni, indicavano un soggetto disturbato, sessualmente inadeguato, e animato da una forte collera verso le donne. L’inadeguatezza sociale e personale dell’individuo era confermata dalle modalità dell’attacco, a sorpresa”.

Probabilmente, dunque, con i mezzi e le tecniche di indagine attuali catturarlo non sarebbe stata un’impresa impossibile. Su questo famigerato serial killer ottocentesco è stato tratto un film con Johnny Depp (2001), dal titolo “La vera storia di Jack lo Squartatore”.

Schema di comportamento misto

Osservabile, ad esempio, quando ci sono due assassini che agiscono in coppia (uno organizzato e uno disorganizzato). Un esempio di schema misto viene fatto da Douglas quando cita il caso di James Russell Odom e James Clayton Lawson.

Le tecniche attive

Omicidi indiscriminati, non legati a moventi comuni, commessi da persone sconosciute alle vittime, in città enormi; come ridurre dunque il numero di sospetti? Attraverso delle tecniche attive, studiate con cura da Douglas (o Tench, nella serie) per aumentare il livello di risoluzione dei casi. In una situazione l’FBI chiese di pubblicare su dei manifesti di una città una copia del biglietto scritto da un assassino, per chiedere alla popolazione se qualcuno ne riconosceva la grafia. Quella decisione fu fondamentale per catturare l’omicida di due donne. Un’altra tecnica attiva consiste nel chiedere alla stampa di pubblicare notizie pilotate o false su presunti sviluppi delle indagini. Ad esempio si dichiara che c’è un testimone: questo a volte spinge l’assassino a uscire allo scoperto per giustificare la sua presenza sul luogo del delitto. Vi è poi la partecipazione degli investigatori a trasmissioni televisive e dibattiti (i serial killer solitamente seguono molto le notizie sui loro omicidi). Talvolta viene chiesta la collaborazione dei famigliari delle vittime: in un caso la madre di una ragazza uccisa aveva mostrato in televisione di aver depositato sulla tomba della figlia un piccolo peluche che la ragazza amava molto e la polizia si era appostata per vedere se l’assassino si sarebbe presentato per appropriarsene.

Mi sono dilungata un po’, ma l’argomento trattato nella serie “Mindhunter” e nei film che ho citato in questo articolo è stato ed è un interesse che mi ha accompagnato per moltissimi anni e l’occasione per parlarne, in seguito a questa recente visione, ho cercato di sfruttarla al meglio.

I serial killer, le loro vittime e gli investigatori che si sono occupati dei loro crimini sono stati protagonisti di grandi film, girati da importanti registi come Jonathan Demme e Spike Lee. È notizia recente che Quentin Tarantino dirigerà un film sulla storia di Charles Manson, che vedrà tra i protagonisti Leonardo di Caprio. Forse sarà un’altra occasione per Psychofilm per parlare di true crime. Chi mi seguirà vedrà.

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".

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