ToPsyFest2017 – Il bambino cattivo: Pupi Avati e la famiglia disfunzionale

“La sofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali di allarme che sono il dolore e l’angoscia; dal mondo esterno che contro noi può infierire con strapotenti spietate forze distruttive; e infine dalle nostre relazioni con altri uomini. La sofferenza che ha origine nell’ultima fonte viene da noi avvertita come più dolorosa di ogni altra”.
(Il disagio della civiltà – Sigmund Freud, 1930)

Aveva ragione il padre della psicoanalisi quando sosteneva che è nelle relazioni con gli altri che l’uomo può patire il maggior grado di sofferenza. E questa sofferenza, spesso di intensità tale da trovare una più giusta definizione nella parola “trauma”, è tanto più devastante quando a patirla è un bambino, ad opera degli adulti per lui significativi.

Nel nostro lavoro come psicologi, raccogliamo spesso storie di infanzie difficili e conflitti familiari distruttivi, sia che lavoriamo con i bambini, sia che lavoriamo con gli adulti. I nostri pazienti più feriti, le maggiori psicopatologie dell’infanzia e dell’età adulta, traggono origine proprio dai traumi dell’attaccamento. Traumi che spesso hanno un peso transgenerazionale, che vengono tramandati in un circolo vizioso in cui la sofferenza genera sofferenza, senza soluzione di continuità, finché qualcosa non interrompe il processo, di solito una relazione correttiva, che può essere, tra le altre, quella con uno psicoterapeuta.

Pupi Avati affronta questi temi in un film di un realismo sconcertante, un film che racconta una storia purtroppo troppo frequente, quella della famiglia patologica, abbandonica, traumatizzante.

La visione di questa pellicola, il mio confronto con lo stesso regista e con i colleghi Luigi Cancrini e Francesca De Gregorio, che lo hanno aiutato nella realizzazione di una perfetta narrazione, hanno stimolato in me alcune riflessioni, che vorrei condividere con i miei lettori, nella speranza di offrire a questa opera, che è stata soggetta a una sorta di incomprensibile censura o abbandono, un’altra occasione di diffusione e la valorizzazione che merita.

Per parlare degli aspetti psicologici di questo film, dovrò fare necessariamente uno SPOILER, quindi se non lo avete ancora visto e non volete rovinarvi l’emozione di guardarlo, non leggete oltre questo paragrafo, saltate al fondo di questo articolo, cliccate sul link alla pellicola che ho inserito, e tornate a trovarmi dopo la visione, io sono qui che vi aspetto.

LA STORIA:

Ildebrando, detto “Brando”, è un bambino di 11 anni, figlio unico di due docenti universitari.

La madre, Flora (interpretata da Donatella Finocchiaro), è depressa e affetta da alcolismo e ha già subito dei ricoveri a causa della sua condizione, ricoveri che rappresentano chiaramente per il figlio delle sofferte separazioni, tanto che Brando chiede spesso al padre, nella prima parte del film, e poco prima che la donna subisca l’ennesimo ricovero (quello che determinerà la sua separazione definitiva dal figlio), rassicurazioni sul fatto che Flora non debba più essere portata “alla Villa”, che si scoprirà essere appunto una clinica.

Qui è essenziale fermarci un attimo, perché troviamo già i primi elementi traumatici dell’ambiente famigliare di Brando:

  • Le separazioni precedenti dalla madre.
  • Il senso di minaccia continua esperito da Brando sulla possibilità di nuovi ricoveri e dunque nuove separazioni da lei.
  • L’innesco e il non disinnesco da parte degli adulti, del sistema di allarme del bambino, che diventa sensibile ad ogni variazione dell’umore della donna, ad ogni discussione o conflitto tra i genitori, e sviluppa un evidente accudimento invertito nei confronti di Flora, che protegge e consola. La madre non è più un punto di riferimento, una base sicura, bensì una figura spaventata e spaventante che richiede attenzioni, manipola, strumentalizza il figlio. Sarà lei a definirlo “bambino cattivo”, ad accusarlo di averla tradita, non rivelandole che il padre aveva una relazione con un’altra donna, in una delle scene più tragiche e commoventi della pellicola.

Il padre, Michele (interpretato da Luigi Lo Cascio), ha una personalità profondamente narcisistica. Come tale, è totalmente autocentrato, privo di qualunque capacità empatica, incapace di parlare con il linguaggio delle emozioni. Le modalità di interazione con la moglie, fanno presupporre che abbia avuto una grossa parte nello sviluppo del disagio psichico della donna e qualche piccolo indizio sulla presenza del triangolo drammatico tipico della dipendenza affettiva è intuibile, ma dato che si tratta di una mia personale sensazione e il tema non è approfondito nel film, lascio cadere qui questa piccola intuizione.

Che cosa fa e cosa non fa Michele? Su di lui si potrebbe scrivere un trattato, in quanto è certamente il personaggio più oscuro raccontato dal maestro Pupi Avati. Per riassumere: non fa tutto ciò che dovrebbe fare e fa tutto ciò che non dovrebbe fare.

Michele intraprende una relazione extraconiugale con Lilletta (interpretata da Eleonora Sergio), madre di una compagna di scuola di Brando, e non solo non fa nulla per nasconderla, ma senza curarsi degli effetti che una tale relazione può avere sul figlio, che ha appena perso un punto di riferimento fondamentale della sua vita (la madre è stata nuovamente ricoverata e versa in condizioni molto gravi, in quanto le viene diagnosticata una psicosi alcolica con danni irreversibili), lo coinvolge immediatamente nella sua nuova vita, pretendendo anche che il bambino ne sia felice.

È molto bello il modo in cui Pupi Avati rivela i primi indizi della presenza dell’amante, in quanto li mostra allo spettatore attraverso gli occhi del bambino: Brando osserva, la prima volta che Lilletta e Michele si incontrano nel cortile della scuola, che la donna ha una strana borsetta, con uno stemma che assomiglia a quello del Real Madrid. In una scena successiva, rientrato a casa della nonna, vede la stessa borsetta appoggiata su una sedia, mentre il padre è chiuso in una stanza e la nonna lo avvisa del loro rientro chiedendo al nipote di aspettare in un’altra stanza.

Una scena di impatto emotivo fortissimo è quando Michele entra in casa, riempie una borsa ed esce, senza dire una parola a Brando. Il terrore nello sguardo del bambino, che in quel momento sta cercando di gestire una pesante conversazione con la madre, totalmente fuori assetto nella relazione genitore-figlio, è un vero pugno allo stomaco.

Ai primi comportamenti oppositivi del bambino nei confronti della nuova compagna e della di lei figlia, Michele decide di escludere il figlio dalla sua vita, di fatto abbandonandolo. Lilletta, infatti, si lamenta di Brando con lui e dice che anche sua figlia ne ha paura e non vuole esporla alla sua presenza. Michele, insomma, tra il farsi una nuova vita o perdere Lilletta, sceglie consapevolmente di pensare a sé e per non farsi lasciare decide di lasciare il suo stesso figlio.

Il padre però non si limita a questo. È un narcisista della peggior specie e mostra non solo noncuranza verso il bambino, ma quello che definirei un vero e proprio sadismo. Sadismo non deliberato, forse, ma conseguenza diretta del suo profondo egoismo e della sua visione egocentrata. Le azioni sconsiderate che questo personaggio mette in atto verso il figlio sono molteplici. Quando il bambino viene messo nella casa famiglia, gli scrive una lettera, nella quale non gli chiede come sta, non lo rassicura, non gli esprime affetto, semplicemente gli riferisce, con una freddezza glaciale e spietata, che non ha tempo per lui. Dopo un po’ di tempo, sparisce completamente dalla vita di Brando, smette di scrivergli, non lo va a trovare, per poi ricomparire verso la fine del film per comunicargli i suoi successi, per sbattergli in faccia la sua felicità: la nuova cattedra, la nuova macchina, la nuova famiglia. Sì, perché Lilletta è incinta e Michele mostra al suo bambino, solo, abbandonato, traumatizzato, una ecografia del bimbo che andrà a prendere il suo posto.

Tra tutte le scene del film, questa arriva al primo posto nella classifica delle più terribili. Alcune colleghe e colleghi che mi hanno portato i loro feedback dopo la proiezione e il dibattito che abbiamo fatto al Festival della Psicologia, mi hanno detto di non essere riusciti a contenere le lacrime in quella sequenza. Io, per fortuna, avevo visto il film una settimana prima, e il pianto ho potuto farlo liberamente tra le mura di casa, ma per il pubblico del Festival l’esperienza è stata diretta, immediata, non contenibile. Questo ci dice molto sulla maestria di Pupi Avati nell’accendere i neuroni specchio dello spettatore.

Non posso esimermi dal provare ad analizzare anche il matching esplosivo della coppia genitoriale. Perché Michele e Flora sono una coltellata nel cuore visti separatamente, ma insieme sono ancora un’altra storia nella storia. Nelle prime fasi del film la famiglia si trasferisce in una nuova casa, acquistata per loro dai genitori di Flora. Brando appare smarrito. Si trova in una casa in cui non vuole stare, deve adattarsi a un nuovo ambiente, una nuova scuola, che tra l’altro si mostrerà un luogo ostile e per nulla facilitante, anche grazie alla presenza della maestra Elide (interpretata da Chiara Sani), professionalmente frustrata e invidiosa dei successi accademici di Flora, che pare sfogare sul piccolo Brando il suo senso di fallimento. Insopportabile la scena in cui Brando va a scuola dopo i primi giorni di comunità e la maestra gli dice che deve essersi divertito molto, ma anche quella in cui presenta per la prima volta il bambino alla classe, sollecitando l’ilarità dei compagni e minando sul nascere la sua possibilità di integrazione.

Durante il trasloco, Brando assiste a un acceso conflitto dei genitori, la madre si mette a bere, il padre urla. I genitori litigano sulla nuova casa, sulla madre di Michele, sui genitori di Flora. La madre, ormai visibilmente ubriaca, si mette ad appendere quadri, in piedi sul letto della camera matrimoniale. Il padre arriva, le grida contro, e Brando ne prende le difese. Questo è il primo quadretto familiare della pellicola, che preannuncia ciò che arriverà dopo.

Quello che colpisce di più in questi genitori, è che sia la madre che il padre di Brando chiedono al bambino, durante il corso del film, di esplicitare delle emozioni contrarie a quelle che sente (es.”dì che stai bene”, “dì che sei felice della nuova casa”), inoltre, entrambi, gli ripetono più volte, come un mantra, “sei grande ormai”, per giustificare la sua esposizione ai conflitti intrafamigliari, per minimizzare le conseguenze delle loro strumentalizzazioni e addirittura del suo abbandono. Sia Flora che Michele utilizzano Brando come strumento per raggiungere i loro scopi, per portare avanti le loro rivendicazioni. Il bambino viene coinvolto nei loro conflitti, gli viene richiesto di mantenere dei segreti, di dare informazioni sull’altro genitore, di assumere delle responsabilità che un undicenne non può sostenere.

E veniamo ai nonni. I nonni materni, Vico e Novella (interpretati rispettivamente da Augusto Zucchi e Patrizia Pellegrino) sono un altro ingranaggio rotto di questa famiglia. Anche loro manipolatori, usano Brando per avere informazioni sulla relazione extraconiugale paterna, per poi giustificare il rifiuto di occuparsi di lui facendo leva sulla salute di Vico, che essendo cardiopatico ha bisogno di una vita tranquilla e regolare (certo, lui sì, Brando no).

La nonna paterna, Giuditta (interpretata da Erica Blanc), invece, benché sia talvolta collusiva e intrusiva, è comunque l’unica ad avere in qualche modo mostrato un interesse verso il benessere del bambino.

Giuditta fa alcuni gravi sbagli. Battezza di nascosto Brando, senza il consenso della madre, aiuta Michele a  intrattenersi di nascosto con la sua amante Lilletta nella sua casa, e poi incasina davvero tutto con il suo ultimo atto: porta via il bambino, rischiando quasi una denuncia di sequestro, con l’intento buono di difenderlo, proteggerlo dalla macchina burocratica e dai genitori disfunzionali, senza pensare che quell’azione determinerà la decisione di trasferire Brando nella casa famiglia, anziché affidarlo alle sue cure.

Il personaggio di Giuditta e quello di Brando, personalmente mi sono apparsi come i due poli di una stessa condizione, in una sorta di confronto tra due generazioni opposte, entrambe, a loro modo, vulnerabili e sole. Non so se questo era l’intento di Pupi Avati, non ho avuto modo di approfondire con lui questo aspetto, per cui rimane tra le mie personali elucubrazioni. In fondo, i film sono opere d’arte, e come i quadri, possono generare effetti diversi a seconda degli occhi che li guardano.

Ho deciso di parlarvi di Brando (interpretato da Leonardo Della Bianca) per ultimo, perché questo film, come ha detto Luigi Cancrini, è girato attraverso i suoi occhi e il suo sguardo è il collante di tutto, il valore semantico principale di questa importante opera della cinematografia italiana.

Brando è un bimbo adultizzato, che ha sulle spalle delle responsabilità troppo grandi per la sua età. È un genitore per sua madre, un confidente di suo padre, di cui custodisce pesanti segreti. Ha imparato che deve cavarsela da solo, perché le figure genitoriali non gli daranno mai conforto, sono troppo focalizzate sui loro bisogni per notare i suoi. Quando è oggetto di bullismo a scuola, addirittura il padre, anziché consolarlo o sostenerlo, lo attacca o lo sgrida.

Ho trovato incredibilmente potente un particolare di questo film, un elemento che è presente dai primi minuti della storia di Brando all’ultimo: la maglietta di Benzema. È la sua via di fuga, il suo atto autoconsolatorio, il suo oggetto transizionale. È presente quando si trasferisce nella nuova abitazione, la indossa al primo giorno nella nuova scuola, la nasconde sotto la maglietta quando lo trasferiscono nella casa famiglia, e la indossa nell’ultima scena del film, nella nuova famiglia adottiva, dove quell’oggetto transizionale assume un nuovo significato: diventa solo più una maglietta, con cui giocare una partita di calcio; l’amore, la sicurezza, il conforto, la base sicura, ora sono Laura (Isabella Aldovini) e Stefano (Pino Quartullo), e l’indumento torna a essere solo qualcosa da mettere addosso.


Pupi Avati mi ha chiesto se secondo me questo film fosse comodo o scomodo. Non ho capito la sua domanda. E gli ho risposto non pensando al vasto pubblico, ma solo a me. Io vorrei che fosse visto da tutti, perché è una vera perla non solo per gli addetti ai lavori che come me lo guardano con occhio clinico, ma è utile per tutti, per non chiudere gli occhi, per riflettere, per cambiare.

Invito pertanto chi non lo ha ancora visto a prendere coraggio e guardarlo. Prendere coraggio perché è delicatamente esplosivo, perché è una montagna russa di emozioni, perché alcuni di voi vedranno se stessi o parti di se stessi anche nei personaggi più oscuri. Ma crescere significa anche passare attraverso momenti di dolore, crescere significa anche affrontare le parti negative di sé e cambiare.

Guardatelo, riguardatelo, condividetelo. Eccolo qui:

Il bambino cattivo

NOTA: il link a questo film è assolutamente legale e rimanda al sito della RAI, su cui la pellicola è visibile in streaming.

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".

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