I segreti dello screenplay: intervista allo sceneggiatore Mattia Temponi

La sceneggiatura è uno dei primi passi fondamentali attraverso cui si sviluppano la narrazione cinematografica e televisiva. Si parte da un soggetto, che può nascere da un’idea originale oppure da un testo teatrale, da un romanzo o da una precedente sceneggiatura e si scrive una storia, attraverso i dialoghi e le azioni dei suoi protagonisti, nonché la descrizione degli ambienti in cui tali dialoghi e azioni si svolgono. Lo sceneggiatore offre un contributo essenziale alla costruzione degli aspetti psicologici dei personaggi, pertanto oggi Psychofilm cercherà di capire meglio in cosa consiste il suo lavoro, attraverso un dialogo con Mattia Temponi, sceneggiatore di cortometraggi, lungometraggi, web serie e programmi e serie tv.

Un professionista poliedrico, Mattia. Contesti diversi richiedono modalità di lavoro diverse?

Più che modalità, direi grammatiche diverse. Si parte sempre da ciò che giustamente hai citato nella domanda: il contesto. Una storia è un oggetto amorfo a cui il gruppo di lavoro dà, via via, una forma. Una struttura. E questa è il risultato di alcune considerazioni e progettualità che si fanno a monte. Per esempio, se scrivo un lungometraggio mi domando: qual è il messaggio? A che tipo di pubblico mi rivolgo? È una storia di ampio respiro cinematografico? Oppure è più intima, contenuta? Dovrò usare linguaggi delicati oppure estremi? Come vedi, ciò che cambia sono gli ingredienti narrativi. Tutto però comincia con un’analisi approfondita del tipo di progetto che si vuole portare a compimento.

Ci puoi spiegare un po’ meglio in cosa consiste il tuo lavoro e quali sono i passaggi principali della scrittura di una sceneggiatura?

Tutto comincia con un’idea. Che non vuol dire necessariamente un intreccio. Il più delle volte è un’urgenza molto generica, per esempio: raccontare una storia di formazione; oppure un contesto sociale; o ancora un sentimento… l’ispirazione si trova ovunque. Quindi si procede, come dicevamo, con un’analisi approfondita del tipo di film o serie che potrebbe nascere. Lo sceneggiatore di rado lavora da solo. Molto frequentemente si confronta con un produttore o un regista o entrambi, i quali diventano i suoi committenti. Quindi, una volta individuati gli ingredienti base del progetto, si procede stendendo il soggetto, che è idealmente un racconto generale del film che sarà. Un testo che nelle fasi successive si dettaglia sempre di più, diventando prima il trattamento (un racconto fatto di maggiori dettagli di intreccio) e, infine, la vera e propria sceneggiatura. Mi preme dire che questa è veramente un mezzo, più che un fine, perché sarà poi lo strumento che altri professionisti useranno per portare a termine un lavoro. È , in questo senso, un testo estremamente tecnico, che deve coniugare praticità e chiarezza di informazioni, con uno stile affabulatorio, che trasmetta anche il potere narrativo della storia. È sempre una sfida molto interessante.

Come è nata la tua passione verso la sceneggiatura e a quali maestri ti ispiri?

Nasce dall’amore per il cinema e per la scrittura. Quando avvicini questo mestiere, ti rendi veramente conto che il momento della sceneggiatura è una fase di grande privilegio: stai costruendo grandi castelli di immaginazione, comodamente seduto alla tua scrivania. E non è neanche detto che sia un mestiere particolarmente solitario, perché oltre ai confronti con i tuoi committenti, spesso si scrive in coppia o gruppi di lavoro, il che è sempre una fonte di confronto e crescita non indifferente. Infine, ho scoperto con il tempo che il mestiere di sceneggiatore richiede una costante capacità ricettiva dell’ambiente che ci circonda, per cogliere immagini, parlate e contesti che, chi può dirlo, magari un giorno finiranno in una sceneggiatura. Per essere sempre e davvero sul pezzo, un bravo sceneggiatore deve avere sempre la valigia piena di suggestioni ed essere costantemente animato da autentica curiosità. Questa parte del mio mestiere, forse, è la componente che amo di più, perché non solo rende il mio lavoro piacevole e stimolante, ma quasi sempre contribuisce a farmi crescere come uomo. Come fonte di ispirazione, io amo molto i maestri della commedia all’italiana, penso ad Age e Scarpelli, capaci di fotografare interi universi in poche battute e, comunque, sempre in grado di raccontare le loro storie con sincerità e con il cuore in mano. Amo, però, anche le trame un po’ cerebrali e bizzarre, per cui, tra i contemporanei, ha un posto di primo piano il grandissimo (e spesso incompreso) Charlie Kaufman.

La passione, la competenza, il talento? Quali sono gli ingredienti imprescindibili per scrivere sceneggiature efficaci?

Direi tutti e tre quelli che hai citato, consci di questo. La competenza la si deve acquisire con l’esperienza, quindi è veramente necessario non chiudere mai la porta a diverse offerte lavorative. A volte, se si è fortunati, capita di avere la possibilità di prendere parte ad alcuni progetti che, sulle prime, non ci sembrano proprio nelle nostre corde. Io, d’ufficio, non rifiuto nulla, perché con il tempo ho capito che allontanarsi dalla propria zona di confort, spesso, è necessario per acuire le proprie abilità. Il talento non è un dono: è una pratica. Costante. Che va alimentata, con l’esercizio e la determinazione. Ogni volta che posso, mi siedo e scrivo. Al computer, su un taccuino, su una lavagna… non conta! La testa e le dita devono essere sempre pronte e tradurre  pensieri in periodi e paragrafi deve diventare qualcosa di naturale. Non si nasce con questa capacità, si acquisisce ed è, come tutte le intelligenze pratiche, qualcosa alla portata di tutti. Infine, la passione è fondamentale e, come sopra, anche questa va tenuta viva, soprattutto perché questo è un mestiere pieno di battute d’arresto e delusioni. Non è facile ed è composto da continue mediazioni e compromessi. Il che, con gli anni, mi ha suggerito una grande lezione: amare il proprio lavoro è importante, ma la felicità va cercata altrove. Quando scrivi, difficilmente alle 17:00 ti cade la penna. Spesso ti porti dietro i personaggi e le scene a casa, con tua moglie e tuo figlio, e a un certo punto devi imparare a dire: “Basta. Questo è ciò che faccio per pagare le bollette. Le gratificazioni – quelle autentiche e importanti – stanno altrove”.

Quali sono le principali figure professionali con cui ti rapporti nel tuo lavoro e quanta influenza loro hanno su di te e tu su di loro?

Principalmente produttori e registi. Il grado di influenza è variabile e a seconda dei contesti. Se il lavoro è su commissione, spesso mi limito a fare una consulenza per fornire qualche lume in più al mio interlocutore; ma se parliamo di un servizio puro, allora il rapporto è poco dialogico e molto più della serie: il cliente ha sempre ragione. Capita, invece, che ci sia un clima progettuale condiviso e quindi, pur nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità, la mia voce ha un posto nel flusso di lavoro generale e, a volte, qualche mia idea ha influenzato il prodotto finale in modo sensibile.

Quali spazi di autonomia ha uno sceneggiatore all’interno di uno staff cinematografico o televisivo?

Dipende dai casi. Ciò che rimane fermo, come linea guida, è ciò che si diceva all’inizio, e cioè che la sceneggiatura è un mezzo, non un fine. Quando scrivi, scrivi affinché il testo venga superato e permetta di realizzare il film o la serie. Quindi, è veramente un servizio a uso e consumo di terzi, i quali devono riconoscersi positivamente in ciò che stanno per portare in scena.

La sceneggiatura nasce da un’idea, non sempre questa idea è dello sceneggiatore. Quali sono le difficoltà nel realizzare qualcosa che viene commissionato da terzi?

In realtà nessuna. Quando qualcuno mi porta una sua idea sono sempre  molto contento, per almeno due ragioni. La prima è che mi lusinga il fatto che un’altra persona si fidi di me al punto di affidarmi qualcosa di suo di così prezioso. In secondo luogo, io mi trovo in una posizione di privilegio, perché posso guardare e lavorare con un concept in maniera lucida, spesso più obiettiva, rispetto a chi a quella idea si è affezionato e con la quale sente un coinvolgimento troppo soggettivo.

Come nasce un soggetto originale, come scegli le storie che racconti?

Come dicevo, può avvenire in molti modi. Da solo, mentre parlo con qualcuno, facendo riflessioni molto programmatiche su generi e trame che sembrano colpire maggiormente il pubblico in un dato momento… come sempre: la cosa che più conta e porsi sempre in modo ricettivo e curioso verso il Mondo che ci circonda.

La storia, i dialoghi, i personaggi, devono essere curati dal punto di vista psicologico in modo da essere non solo credibili ma da suscitare l’empatia dello spettatore, stimolare la sua capacità di immedesimazione e coinvolgerlo emotivamente. Come si ottiene questo effetto?

Empatizzando già in fase di scrittura. Mi è capitato di poter lavorare a script molto lugubri, fatti di personaggi e dinamiche crudeli ispirati a casi reali. In queste situazioni occorre fare qualche passo dentro noi stessi e cercare di trovare un collegamento anche nei riguardi di quei personaggi che riterremmo distanti, se non addirittura alieni da noi. Bisogna cercare di provare empatia con tutti quelli che vuoi possano connettersi con lo spettatore. Spesso scrivi amando i tuoi personaggi e, quando sei fortunato, quando questi personaggi sembrano crescere in modo autonomo e organico, ti affezioni ad alcuni loro tratti e modi, tanto da desiderare tu stesso che le cose per loro vadano a buon fine.

Scrivere un libro richiede la stessa capacità di far entrare il lettore nella narrazione, di fargliela vivere in prima persona, di identificarsi in alcuni personaggi e dissociarsi dalle condotte di altri. Però le immagini della storia sono create dalla persona che legge, ad esempio la descrizione degli ambienti o dell’aspetto di un personaggio vengono tradotte dal singolo in molti modi diversi. Nel cinema invece queste descrizioni vengono espresse anche a livello visivo. Quali sono le differenze tra scrivere un romanzo e una sceneggiatura?

A parte l’impostazione tecnica e la grammatica, una sceneggiatura deve progredire sempre e solo per immagini. Se voglio descrivere la vita interiore di un personaggio, questa si deve sviluppare in azioni o battute che la descrivano. Che non significa essere didascalici; una delle regole auree della sceneggiatura è: il personaggio non deve mai dire come si sente. I suoi stati d’animo devono sempre, sempre, sempre esprimersi attraverso azioni che lo spettatore riconosca come tipiche di chi: gioisce; soffre; teme; ama; ecc. L’altra distanza dalla letteratura credo si possa riassumere nel concetto di “pacchetti di energia”. Il letto e lo spettatore consumano l’opera consumando pacchetti di energia. Questa dotazione non è infinita. Ma, con un romanzo, è distribuita in più momenti: noi cominciamo, ci interrompiamo, riprendiamo il giorno dopo, ci alziamo, rispondiamo al telefono, e via dicendo. Abbiamo modo di ricaricare i nostri pacchetti di energia, per elaborare nuove informazioni, tenerle in memoria altre, affrontare nuovi snodi emotivi. Un film non funziona in questa maniera: noi dobbiamo avere un’autonomia energetica di un’ora e mezza, due ore; l’opera deve, consapevolmente, consumare un pacchetto di energia per volta, cercando di non esaurirli prima dei titoli di coda. Se allo spettatore richiedo troppi sforzi per elaborare informazioni tutte nel primo atto o se al secondo atto l’ottovolante emotivo è stato troppo faticoso, allora la gente non rimarrà insieme alla storia fino alla fine. Bisogna cercare di non perdere mai di vista questo equilibrio delicato.

Lo psicologo è esperto di emozioni, uso del linguaggio verbale e non verbale, relazioni, e molti temi sui quali potrebbe fornire un grande supporto alla maggior parte delle figure professionali coinvolte nella realizzazione di un film. Alcuni attori, registi, sceneggiatori hanno fatto e fanno già uso di questo tipo di consulenza. Ho l’impressione, però, che in Italia questo tipo di collaborazione non sia molto diffusa. Tu cosa ne pensi? Ritieni che la scrittura di una sceneggiatura potrebbe essere valorizzata da un contributo professionale di questo tipo?

Come persona credo che chiunque dovrebbe seguire un percorso di analisi, almeno una volta nella vita. Come professionista, spesso faccio ricorso a consulenze o consigli di amici psicologi e cerco, nel mio piccolo, di tenermi aggiornato sulla materia. Sul fatto che in Italia la cosa non sia una pratica particolarmente diffusa è, purtroppo, una triste realtà, figlia di un progressivo impoverimento e svilimento della fase di scrittura e preparazione di un’opera, di cui fatico a trovarne il senso. C’è da dire che, ultimamente, la crisi del settore audiovisivo ha ricalibrato l’accento sulla parte antecedente alle riprese, perché ci si rende sempre più conto che un’accurata progettazione permette, in primo luogo, di risparmiare molti soldi.

C’è un po’ di noi in ogni scelta che facciamo, in ogni storia che raccontiamo. Cosa c’è di te nelle tue sceneggiature?

Penso a me come a una persona introspettiva, che cerca sempre di comprendersi e, spero, migliorarsi. Con il tempo mi sono accorto che, in quasi tutti i miei lavori, a un certo punto uno o più personaggi si guardano in uno specchio o su una superficie riflettente. E difficilmente lo fanno per narcisismo. Nella maggior parte dei casi, la loro immagine riflessa è una rivelazione, un momento in cui si vedono con chiarezza e interezza, e questa è la chiave per affrontare le sfide che la trama sta per imporgli. In questo ci vedo molto di me stesso. 


Nato a Torino nel 1984, Mattia Temponi si laurea, nel 2011, in Filosofia e Storia delle idee presso Università della sua città. Tra il 2003 e il 2004 si avvicina al mondo della produzione audio-visiva. Recuperando una scarna attrezzatura digitale, incomincia a mettersi alla prova con piccoli corti di narrazione. Decide di affinare le tecniche narrative, mettendo in piedi la Absinth production, un collettivo di cineasti indipendenti molto affiatato. Il 2005 è l’anno de “Il Serio”, cortometraggio presentato alla sezione “Spazio Torino” del Torino Film Festival. Nel 2007 l’Università degli Studi di Torino gli commissiona un corto da presentare durante gli eventi delle Universiadi dello stesso anno. Nasce così “CFU”, film umoristico di fantascienza, definito “divertente e surreale” dalla redazione torinese di Repubblica. Gli anni tra il 2008 e il 2011 vedono Mattia impegnato, senza sosta, nel perfezionamento delle sue doti da “cortometrista”, accanto a una crescente passione per i nuovi media e le forme alternative di espressione cinematografica. Dal 2011 è socio lavoratore di Cinefonie. Nel 2012 produce e dirige il corto “L’Ultima notte”, promosso dalla Società Filosofica italiana e finanziato dal Ministero dell’Istruzione, l’Università e la Ricerca. Il film è realizzato interamente nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino, con la partecipazione dei detenuti e racconta l’ultima notte di Socrate, prima della sua condanna a morte. Nel 2013 collabora con il regista Pier Milanese alla web series “Miko”. Da due anni ha stretto un sodalizio artistico con il regista/produttore Mattia Puleo, con il quale ha lavorato alla produzione esecutiva del corto “L’uomo nella Macchina da Presa” (Short Film Fund 2015), e allo sviluppo del lungometraggio di finzione “Nest” (di cui è sceneggiatore e regista, in pre-produzione). Attualmente è sceneggiatore del programma Mediaset “Il Terzo Indizio” e tra gli ideatori della serie televisiva “Un posto nel mondo”, promossa dalla Fondazione Istituto Piemontese Antonio Gramsci e Polo del ‘900 e sostenuta da Compagnia di San Paolo.

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".

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