ToPsyFest2017 – Il cinema come narrazione trasversale

“Il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica”.
(Akira Kurosawa)

È da poco terminata la terza edizione del Festival della Psicologia di Torino e quest’anno il tema della manifestazione erano le storie, raccontate, scritte, lette, rappresentate, vissute. Abbiamo parlato con scrittori, giornalisti, attori di teatro, registi, atleti, e psicologi, ovviamente, che raccolgono storie di vita ogni giorno e lavorano in ogni ambito narrativo immaginabile (come abbiamo scoperto, anche in quello cinematografico).

Il mio filtro, gli occhiali attraverso cui ho letto gli eventi del Festival, non poteva non essere influenzato dalla mia passione per la settima arte e ho notato come il cinema sia stato sempre presente, in modo trasversale, in questi tre giorni di incontri.

Mi piace pensare che scrivendo questo articolo, si aggiungerà una nuova storia alle storie del ToPsyFest 2017, come se il cinema fosse una grande Matrioska che racchiude le altre oppure una piccola Matrioska, cuore di quelle che la contengono.

Il Festival della Psicologia 2017 si è aperto il 7 aprile, con l’evento che ha visto come ospite lo scrittore Giuseppe Culicchia.

Culicchia ha iniziato la sua brillante carriera nel 1994, con la pubblicazione di un libro dal titolo “Tutti giù per terra”. Qui troviamo il primo riferimento cinematografico, dato che da questo romanzo è stato tratto il film omonimo del 1997, di Davide Ferrario.

Il secondo cameo di cinema lo ha introdotto Giuseppe stesso, quando ha parlato di come alcune opere letterarie o cinematografiche di grande successo siano state oggetto di “tagli”, e di come questi tagli siano stati fondamentali per la realizzazione di opere di grande qualità. Giuseppe ha portato l’esempio dello straordinario film di Francis Ford Coppola del 1979, “Apocalypse Now”, interpretato da Marlon Brando, Martin Sheen e Robert Duvall. La versione uscita nelle sale aveva una durata di 150 minuti, mentre la versione originale, senza tagli, era di 190 minuti.  Nel periodo in cui il film è stato prodotto, non si poteva pensare di far durare uno spettacolo per più di tre ore, pertanto dalla pellicola erano state eliminate alcune scene, che sono successivamente state reintegrate nella versione Redux, uscita molti anni dopo.

Giuseppe Culicchia ha sottolineato come la versione tagliata fosse molto più efficace e di impatto rispetto a quella integrale, e come a volte gli artisti mettano troppo nelle loro opere. Questo mi ricorda alcune recenti dichiarazioni della giovane filmaker Mia Hansen Løve, rilasciate in un’intervista per il lancio del suo ultimo lavoro, “Le cose che verranno – L’avenir”: “Mi sforzo […], dalla scrittura al montaggio, di sopprimere quanta più informazione possibile. Se ho la sensazione che una scena è solamente utile, la sopprimo. Se la tengo, è perché ha un valore esistenziale, poetico”.

Culicchia ha fatto riferimento, poi, a un libro di Bret Easton Ellis, “American Psycho”, da cui è stato tratto, nel 2000, il film omonimo. Avevo letto il libro di Ellis moltissimi anni fa e ricordo che ero molto curiosa di vedere come una storia tanto cruenta potesse essere tradotta nel linguaggio cinematografico. C’erano delle parti del libro che erano talmente forti, efferate, sadiche, che mi sembrava impossibile metterle in scena senza causare lo svenimento della maggior parte degli spettatori. Il film, infatti, ha dei toni molto più leggeri, ma è comunque riuscito a trasmettere la follia del protagonista, il suo profondo narcisismo, la sua superficialità e a lasciare allo spettatore lo stesso dubbio del lettore: i delitti di Patrick Bateman sono reali o sono una sua produzione mentale? È un lucido assassino o uno psicotico in preda ad allucinazioni e deliri?

Un argomento interessante che Giuseppe Culicchia ha introdotto parlando di “American Psycho” è stato: ci si può fidare di una persona capace di scrivere una storia così sanguinaria, malata, sadica? Una mente che partorisce tali scene di tortura, è pericolosa? Mi fido a rimanere in una stanza da solo con Bret Easton Ellis?

Moltissimi anni fa, lessi un libro di Robert I. Simon, dal titolo “I buoni lo sognano, i cattivi lo fanno”. La risposta a questa domanda l’ho trovata proprio lì:

“Il lato oscuro ci affascina. Milioni di onesti cittadini sono consumatori accaniti di film, programmi televisivi, libri e articoli che parlano di omicidi, stupri e altre forme di violenza”. “E le brave persone? La maggior parte degli esseri umani vive la sua vita senza rapinare, stuprare né commettere omicidi. Eppure, dopo trentadue anni di pratica terapeutica e forense, io, come psichiatra, sono assolutamente convinto che non esista affatto un abisso tra la vita mentale del criminale comune e quella del cittadino perbene che incontriamo tutti i giorni. Il lato oscuro c’è in ognuno di noi. La dicotomia noi-loro fra i bravi cittadini e i criminali non esiste. Chi di noi non ha mai desiderato di fare qualcosa di illecito? Se potessimo eliminare impunemente i nostri rivali o nemici pigiando un bottone, quanti di noi saprebbero resistere? Probabilmente, se questo fosse possibile, vedremmo in giro ben poca gente. Non è possibile ascoltare per anni pazienti e criminali svelare la loro vita interiore senza concludere che gli uomini e le donne cattivi fanno ciò che quelli buoni si limitano a sognare”

(Robert I. Simon, “Bad man do what good men dream”, 1996).

Nel secondo evento del 7 aprile, abbiamo incontrato un altro scrittore di successo: Paolo Giordano, vincitore del Premio Strega nel 2008 per il suo romanzo “La solitudine dei numeri primi”. Il libro di Paolo, nel 2010, è diventato anche un film, diretto da Saverio Costanzo, film che è stato scritto con il contributo dello stesso autore.

L’8 aprile Moni Ovadia, raccontandoci la sua esperienza come paziente e parlando dell’analisi come percorso migliorativo, ha citato Woody Allen e Federico Fellini come i registi che maggiormente hanno mostrato il risultato della terapia sul talento artistico.

Sempre l’8 aprile, David Le Breton, sociologo e antropologo, parlando di “Fuggire da sé”, ha fatto riferimento al commovente film “Still Alice” del 2014, con Julianne Moore e a “Into the Wild”, il fantastico film del 2007 scritto e diretto da Sean Penn. La fuga da sé a volte è una ricerca di sé, ha osservato una persona dal pubblico. Questo intervento, che condivido, mi ha fatto venire in mente un altro film, che non è stato citato, ma che esprime molto bene questo concetto: “Wild”, con Reese Witherspoon, del 2014.

Nella stessa giornata è stato proiettato il cortometraggio che abbiamo realizzato come Ordine degli Psicologi del Piemonte “Lo psicologo dello sport è il tuo migliore alleato”, che vi invito a guardare, perché è davvero molto emozionante. A seguire, abbiamo parlato con Enrica Tesio del suo libro “La verità vi spiego sull’amore”, da cui è stato tratto un film che è in uscita nelle sale. In serata, ho dialogato con Pupi Avati del suo film “Il bambino cattivo”, realizzato con la collaborazione di Luigi Cancrini e Francesca De Gregorio, proiettato prima del dibattito.

L’ultima giornata del Festival si è aperta, infine, con la proiezione, del film di Sebastiano d’Ayala Valva “La casa del padre”, che racconta la storia dell’architetto Franco d’Alaya Valva, allievo del grande Frank Lloyd Wright.  Il film racconta la storia tumultuosa di Franco d’Alaya Valva attraverso lo sguardo del figlio Sebastiano.


Queste sono le storie di cinema che il Festival della Psicologia 2017 ci ha raccontato, facendoci riflettere ed emozionandoci. Questo è il mio racconto nel racconto, e nei racconti. Vi aspettiamo per la prossima edizione!

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".

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