Storia di un matrimonio

“Storia di un matrimonio” narra la storia di Charlie (Adam Driver), regista di punta dell’avanguardia teatrale newyorkese, e della moglie Nicole (Scarlett Johanson), prima attrice della sua compagnia, una teen star delle serie TV che ha lasciato Los Angeles per seguirlo alla conquista di Off-Broadway.

“Se all’inizio son confetti poi vengono fuori tutti i difetti”, recita un noto proverbio, e infatti qualcosa si rompe nella relazione tra i due: tradimenti, egocentrismi, la nascita di un figlio, il desiderio di lei di ritornare a Los Angeles dalla sua famiglia per lavorare ad alcune serie tv e magari diventare regista di qualche episodio.

Un tema presente nel film e nella poetica del regista è la dinamica di potere all’interno della coppia. Entrambi i personaggi sono caratterizzati da una forte ambizione personale e si trovano a vivere in una relazione in cui il piano personale e quello professionale sembrano sovrapporsi in continuazione.

Ma il film va più nel profondo e il regista non mostra soltanto le dinamiche competitive all’interno di una coppia, ma fa anche riflettere sul significato di “Amore”. Non sono i tradimenti, le ambizioni differenti, gli isterismi e gli egocentrismi, a mettere al tappeto i due personaggi, ma l’essenza dell’amore stesso.

Una riflessione psicodinamica sul concetto di amore

Etimologicamente “Amore” significa ciò che supera la morte e i due protagonisti di questo film, per amare, hanno bisogno di far “morire” (in termini simbolici) qualcosa di sé, per dare vita e nascita alla relazione con l’altro.

Dopo una prima fase definita di “innamoramento”, l’altro non viene più idealizzato, ma visto per come è. Affinchè ci sia la transizione dall’innamoramento all’amore, il Thanatos (la morte) deve accompagnare l’Eros. Se ciò non avviene, l’amore non nasce, o “muore”.

Il regista si interroga non su cosa ci sia dopo l’innamoramento, ma su cosa ci sia dopo l’amore, e la risposta che ci fornisce è geniale e commovente.

Psicologicamente, i due protagonisti non sono in grado di portare all’interno della coppia quella pulsione di morte generatrice di vita. Sono due personaggi che guardano loro stessi e per vedere l’altro occorre far “morire” qualcosa di sè.

Nell’immaginario del regista, la separazione è rappresentata iconograficamente come un vero e proprio teatro della crudeltà.

La coppia è incapace di affrontare simbolicamente la morte, e si ritrova in un mondo in cui l’emotività è totalmente compressa e in cui a farla da padrone sono i due avvocati (Ray Liotta e Laura Dern) che sono la personificazione dell’unico strumento capace di arginare la pulsione di morte e di mettere ordine: la Legge.

Una legge che non può includere le emozioni, ma che riesce ad elaborare la separazione attraverso la completa anestetizzazione dei sentimenti. Quindi la risposta alla domanda “Cosa c’è dopo l’amore?” è la cattiveria reciproca, la pulsione di morte che prende il sopravvento.

Il film è però anche intriso di momenti di tenerezza che commuovono.

Nella scena finale Charlie canta in un Pub la canzone “Being Alive”, che sembra costruita appositamente per la sua situazione.

La violenza ed il dolore delle separazioni possono essere elaborati solo attraverso la tenerezza e le carezze, che riescono ad andare al di là delle recriminazioni personali, delle diatribe legali e dell’affidamento dei figli.

Alla fine, ciò che resta, è appunto l’amore. Un film capolavoro, sia dal punto di vista cinematografico che psicologico.

Stefano Tricoli

Sono uno psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Sono Cultore della materia Psicologia Dinamica presso l’Università degli studi di Torino e ho una passione profonda e viscerale per il cinema. Mi mi piace vedere film e recensirli e collaboro, oltre che con Psychofilm, anche per un'altra rivista online di Cinema.