Joker: fra morale e malattia mentale

Il film evento dell’anno, il più atteso, amato e talvolta criticato per i suoi contenuti violenti, “Joker” è un’opera potente, che scuote, fa riflettere, divide, ma unisce anche, nell’impossibilità di lasciare qualcuno indifferente.

“Joker” merita di essere visto per molti motivi, il primo è sicuramente la straordinaria performance dell’attore protagonista, Joaquin Phoenix, perché era da tempo che non si assisteva ad una interpretazione così magistrale al cinema.

Il secondo è l’interessante discorso morale che lo sottende, sottolineato dallo stesso Arthur Fleck durante uno dei suoi colloqui presso i servizi sociali: siamo noi a decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato, così come ciò per cui si può ridere e ciò per cui non si può ridere.

Arthur è affetto da un disturbo neurologico, che origina probabilmente da violenze fisiche subite durante la sua infanzia , che lo porta ad avere delle risate incontrollate e non coerenti con il suo stato d’animo. La risata patologica di Arthur spiega una caratteristica fondamentale del personaggio che diventerà.

Questo è il primo elemento interessante di questo film, in quanto al personaggio di Joker, sadico e psicopatico antagonista di Batman, viene data una prima giustificazione morale: la sua risata non è espressione della sua crudeltà e perfidia, ma di una patologia che non gli permette di controllare la sua espressione emotiva. Questo è un particolare che delinea la sua parte umana e sofferente e che permette un primo contatto empatico con il pubblico. La sua risata patologica è parte dello stigma di cui è vittima e della sua difficoltà di integrazione sociale.

Ma non è tutto, in quanto il film spiega anche la nascita della sua storia criminale, attraverso un’analisi delle sue esperienze negative di vita e del suo contesto familiare patologico, altri elementi che permettono allo spettatore di entrare in empatia con la sua sofferenza e di giustificare parzialmente le sue reazioni ed azioni. Il “mostro” diventa un prodotto degli abusi, dei segreti familiari, della violenza, dell’abbandono e dell’emarginazione e non più un personaggio distante e privo di caratteristiche umane.

“Joker” racconta la genesi  della malattia mentale, dal punto di vista della genetica e delle relazioni significative disfunzionali, e racconta una società in cui il malato mentale affronta quotidianamente lo stigma e in cui spesso è lasciato solo. Arthur vive una condizione economica disastrosa che non gli permette di curarsi e quando il servizio sociale che lo assiste viene chiuso, non solo perde la possibilità di un sostegno psicologico ma anche di continuare la sua terapia farmacologica; tutto ciò, insieme alla violenza verbale e fisica che subisce nella sua quotidianità, causa la manifestazione e l’aggravamento dei suoi sintomi psicotici e la sua caduta definitiva nel baratro della psicopatologia.

Quanta quindi è la colpa di Arthur per la sua deriva criminale e quanta è la colpa del suo ambiente familiare e lavorativo patologico e del mancato supporto da parte della società in cui vive? Può il suo comportamento trovare qualche motivo di parziale giustificazione e può questo personaggio da sempre dipinto nei fumetti e nei film come cattivo, suscitare compassione?

“Joker” è sicuramente un film che si inserisce all’interno di una narrazione lunga decenni, la cui storia si interseca in vari punti con la storia di Batman, ad esempio nel momento in cui Arthur incontra il Bruce Wayne bambino o suo padre Thomas Wayne, o quando viene mostrata l’aggressione di cui quest’ultimo e la moglie sono vittime. Ma potrebbe essere anche un film a sé, per la sua storia unica, personale, intima e densa di significati psicologici.

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".