Psychofilm alla mostra di Gus Van Sant

“Quando giro un film, la tensione tra narrazione e astrazione è essenziale; nasce dall’aver imparato il cinema attraverso film fatti da pittori, attraverso la loro maniera di rielaborare il cinema senza aderire a regole cinematografiche tradizionali, a volte perché non sanno niente di queste regole, a volte perché non vogliono seguirle e trovano la propria strada, come sono abituati a fare in pittura”
(Gus Van Sant)

Il Museo del Cinema di Torino ha ospitato dal 6 ottobre 2016 al 9 gennaio 2017 la mostra dedicata al regista, fotografo, musicista e pittore americano contemporaneo Gus Van Sant, e Psychofilm non poteva mancare a questo importante evento, perché chi ama il cinema ed è anche psicologo, non può non apprezzare questo artista visionario.

Pur essendo uno dei massimi esponenti del cinema indipendente, Gus Van Sant è stato capace di muoversi anche all’interno del mainstream Hollywoodiano, producendo film pluripremiati e capaci di entrare nella memoria del grande pubblico. Come nel caso di Will Hunting – Genio ribelle, che è anche uno dei pochi film ad aver spiegato con verità e delicatezza cosa sia una psicoterapia, senza distorsioni o compiacenze verso l’immaginario comune. Assolutamente magistrale il modo in cui la pellicola spiega l’importanza dell’alleanza terapeutica. Emblematica la scena al laghetto, dove il terapeuta, interpretato magistralmente da Robin Williams, fa un autosvelamento mirato al paziente (Matt Damon) ed evita di entrare nei cicli interpersonali problematici che lo stesso aveva attivato nei precedenti professionisti a cui era stato affidato, costruendo la base di un’alleanza che verrà mantenuta e ricostruita durante tutto il film.

Solo questa opera meriterebbe un trattato, ma non possiamo indugiare, perché ogni cosa uscita dal genio di Van Sant è psicologicamente forte e complessa (benché allo stesso tempo apparentemente semplice e facilmente fruibile) e meriterebbe di essere approfondita. Non possiamo indugiare anche perché questo artista ha molte più facce di quelle che si possa pensare basandosi solo sui suoi lavori cinematografici e lo scopo di questo viaggio che abbiamo intrapreso per scoprirne l’essenza sarebbe un peccato non condividerlo. La mostra ci ha permesso, infatti, non solo di dare uno sguardo dietro le quinte dei suoi film, scoprendo come sono nati e sono stati realizzati, ma di conoscerlo anche nei sui lati artistici più inediti, facendoci scoprire con piacevole stupore come fotografia, pittura, cinema e musica possano entrare in sinergia nell’esprimere il mondo interiore di un’autore e dei suoi prodotti creativi.

La mostra, a cura di Matthieu Orléan, con la collaborazione di Florence Tissot, presentava vari lavori realizzati dallo stesso Gus Van Sant: polaroid, acquerelli, foto scattate sul set di vari film, schemi narrativi e disegni a pennarello delle storyboard, video musicali, cortometraggi inediti, making-of e montaggi con le sequenze più celebri. Pannelli su cui erano descritte le varie fasi artistiche di Gus Van Sant facevano da filo narrante dell’intera mostra.

Tutto raccontava le varie sfaccettature artistiche di Van Sant, con tuttavia un tratto in comune: la narrazione dell’inquietudine umana, in particolare quella di giovani che si confrontano con un mondo adulto che non li comprende, bensì li respinge, li tiene ai margini e, soprattutto, ignora il loro disagio (pensiamo al film “Paranoid park”, in cui il personaggio della madre non viene mai inquadrato dal regista in forma intera, proprio per sottolinearne la distanza emotiva)Ben rappresenta questo concetto di distanza e incomprensione il titolo del film Elephant, che fa riferimento all’elefante dell’antico paradosso buddista, metafora di un problema che tutti possono vedere ma che in realtà viene ignorato, sfociando in tragedie che irrompono in un’apparente quotidianità.

La mostra si apriva con la prima passione di Gus Van Sant, la fotografia, passione che ha gettato le basi per il suo successivo approdo al cinema. Van Sant acquista la sua prima macchina fotografica a 16 anni ma solo successivamente, nel 1975, dopo gli studi artistici alla Rhode Island School of Design, si dedica alla fotografia. Oltre alle polaroid scattate negli anni ’80 e ’90 alle future star del cinema (Keanu Reeves, River Phoenix, Nicole Kidman, Matt Damon, Uma Thurman …), dove in primo piano c’è il magnetismo dello sguardo e la corporeità dei soggetti colti in un istante di eterna giovinezza, veniva presentato anche il progetto “Cut-up”, foto collage in bianco e nero in cui si giustappongono frammenti di volti, ispirato alla semantica dello scrittore William S. Burroughs, con cui Gus Van Sant ha collaborato in vari progetti underground, decretandosi così come moderno erede della Beat Generation.

Le inquadrature che mostravano i movimenti della cinepresa, i disegni delle scene, gli schemi narrativi che riproponevano la sinossi dei film e lo sguardo d’insieme del regista, e le interviste  che andavano in onda sugli schermi, offrivano un quadro del senso dello spazio e dello stile narrativo di Gus Van Sant, che ha sempre messo in primo piano il mondo emotivo dei personaggi e la commistione tra sogno e realtà.

L’emozionalità è al centro anche dell’attività pittorica di Gus Van Sant. Nei suoi quadri racconta la sua vita attraverso il filtro delle sue emozioni: dipinge la casa della sua infanzia, i luoghi che lo hanno segnato, gli oggetti del suo desiderio e i suoi demoni. I collage degli anni ’70 e la serie dei grandi acquerelli del 2011 esposti alla Galleria Gaosian di Los Angeles ci mostrano flash onirici e ritratti di adolescenti dal volto ribelle.

Infine, la mostra ricordava anche il Gus Van Sant musicista, che seleziona o compone appositamente le colonne sonore per i suoi filmLa musica nella cinematografia di Van Sant è cassa di risonanza dei vissuti interiori dei personaggi, mezzo espressivo fondamentale per rendere la complessità dei loro stati mentali. Ad esempio, Last Days” (2005) è il film dove Gus Van Sant esplora maggiormente le potenzialità che un habitat sonoro è in grado di offrire. Nel film vengono narrati gli ultimi giorni di Kurt Cobain, leader dei Nirvana che, prima di suicidarsi, tenta di sottrarsi allo show-businness. Facendo leva sulla frustrazione e lo sconcerto dello spettatore, che si aspetta di ascoltare brani dei Nirvana, Gus Van Sant cambia le carte in tavola, decidendo di non usare nemmeno una nota scritta dal gruppo ma chiedendo a Michael Pitt, attore principale del film, di comporre parte della colonna sonora. La musica quindi viene impiegata come mezzo per destabilizzare lo spettatore e rimandargli lo stesso turbamento che abita i personaggi.

Gus Van Sant ha realizzato inoltre video musicali per musicisti del calibro di David Bowie e i Red Hot Chili Peppers, che si vanno quindi aggiungere a quel cinema sperimentale di cui Van Sant fa parte.

Una mostra ricca, piena di immagini statiche e in movimento, colori, suoni, che oltre allo stimolo dei sensi ha permesso al visitatore di entrare nel mondo di un artista infinito, comprendere i suoi mille volti e apprezzare il suo grande genio. Almeno un po’, dato che ciò che c’è dietro ai suoi prodotti ha una complessità che per quanto resa apparentemente avvicinabile dalla struttura perfetta di questa mostra, è coglibile solo in parte.

Laura Salvai e Laura Lambertucci

Abbiamo molti punti in comune: ci chiamiamo entrambe Laura, siamo due psicologhe psicoterapeute e amiamo il cinema. Laura Salvai (a destra nella foto), è la titolare di questo sito, creatrice del gruppo Facebook PSYCHOFILM da cui trae origine. Laura Lambertucci (a sinistra) è una collaboratrice di cui psicofilm.it non può più fare a meno. Questa affiatata coppia di inviate segue per voi eventi cinematografici di interesse (Festival, mostre) per offrirvi uno sguardo psicologico sul mondo della settima arte.

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