Il Terry Gilliam italiano: intervista al regista Federico Sfascia

La rubrica “Backstage” di Psychofilm è nata esattamente un anno fa, e in questi dodici mesi si è arricchita di molti contenuti di grande spessore, offerti da altrettanti professionisti che lavorano nel cinema e nel teatro. Oggi facciamo insieme un ulteriore passo lungo il sentiero della nostra esplorazione, perché la nostra visita “dietro le quinte” procede verso un altro fondamentale tassello del complesso puzzle che compone l’immagine del prodotto cinematografico: la regia.

Il nostro cammino di conoscenza dei segreti della settima arte ci porta oggi ad incontrare un regista di grande talento, Federico Sfascia. Federico nasce come disegnatore dalle grandi doti artistiche e lavora nel campo del fumetto fino al 2007 quando, presa in mano una enorme telecamera super-vhs, gira la sua prima commedia horror “Beauty Full Beast”.

Benvenuto Federico. Scusa se parto dall’ABC, ma non voglio dare per scontato che le persone che ci leggono sappiano che cosa significa essere un regista, e dato che questa rubrica ha principalmente lo scopo di far conoscere le competenze che stanno dietro a ciò che vediamo al cinema, in tv e sul web e che ci sembra tanto semplice ma semplice non è, ti chiedo innanzitutto che cos’è la regia e quali sono le principali attività che caratterizzano questo tipo di professionalità.

A questa stessa domanda ogni regista potrebbe dare una risposta diversa, a seconda della sua personale visione. In generale direi che la regia è la direzione dell’orchestra “film”, e il regista la figura che si occupa di direzionare, gestire, bilanciare tutti i singoli talenti e maestranze coinvolti in un lavoro collettivo finalizzato ad una sua visione unica e personale.

Secondo me essere un regista significa essere uno bravo a mentire. Talmente bravo che ci devono credere quelli dietro le quinte prima ed il pubblico dopo.

Il tuo primo lavoro, “Beauty Full Beast” (2007) è una grottesca commedia degli equivoci a tinte horror che si basa sul mito de “La Bella e La Bestia”. Racconta la storia di Frank, un uomo ossessionato dalla perfezione fisica femminile che, invitato dalla fidanzata Rosa a casa sua per conoscere i genitori prima del matrimonio, sbaglia indirizzo e si trova a suonare il campanello di un’altra famiglia. Accolto da un padre mostro che stava aspettando per coincidenza il fidanzato della propria figlia, viene coinvolto in una serie di esilaranti fraintendimenti e sanguinosi eventi. Quale background ti ha portato a scegliere il difficile genere commedia-horror e quale intento c’è dietro a questo tuo primo lavoro?

In generale, più che un intento dietro questo mio primo lavoro c’è stata una totale incoscienza. Non avevo mai girato nulla, nemmeno un cortometraggio, poi un giorno ho preso in mano una telecamera, reclutato dei poveri malcapitati amici e mi sono buttato a fare un film lungo pieno di mostri ed improbabili intrecci narrativi.

Il mito de “La Bella e la Bestia” mi ha sempre affascinato da quando vidi, da bimbetto, la versione diretta da Fielder Cook con George C. Scott. In particolare mi colpì un momento del film in cui la Bestia racconta alla Bella una favola davanti ad un arazzo rappresentante un unicorno e una fanciulla. Tutti i cacciatori volevano uccidere il maestoso animale per prendergli il corno, ma coglierlo di sorpresa era impossibile.

Un giorno l’animale incontra una fanciulla e si innamora. I due passeggiano insieme. Un cacciatore ammazza l’unicorno che per amore aveva abbassato le difese. La fanciulla sposa il cacciatore. Questa storia penso contenga tutto il tragicomico necessario per spiegare perché scelgo la commedia (in questo caso horror) per raccontare certi aspetti della simpaticissima disgrazia comunemente nota come “umanità”.

Nel 2013 realizzi una commedia di genere fantastico, dal titolo “I REC U”. In questo lungometraggio compare anche un cameo dello straordinario regista Terry Gilliam (“Brazil”, “Paura e delirio a Las Vegas”, “L’esercito delle dodici scimmie”), conosciuto anche per essere stato membro dei mitici “Monty Python”. Guardare il tuo film non può che far venire in mente lui, avete degli stili molto simili; in che modo le vostre strade si sono incontrate?

Il nostro incontro è stato determinato innanzitutto dal mio essere suo fan. Da bimbetto rimasi colpito dalla visione de “I Banditi del Tempo” e “Le avventure del Barone di Munchausen”: erano film stranissimi per me, avevano delle immagini fiabesche ed orrorifiche ed al tempo stesso dei momenti dissacranti che non riuscivo bene a comprendere (visto che ero un ragazzino mentalmente indifeso. Fui affascinato soprattutto dal colore rosso che tornava sia nei capelli delle donne (compresi quelli della scheletrica morte alata) che nei costumi del cattivo. Mi hanno suggestionato notevolmente quei due film.

Per quanto riguarda invece “I REC U”, ho incontrato Gilliam ad una proiezione del suo film “Tideland – Il mondo capovolto”; gli ho portato i miei disegni e lui si è subito appassionato ai miei scarabocchi mostruosi. Conseguentemente ho pensato fosse normalissimo chiedergli di farmi una comparsata nel film che stavo ideando. Ovviamente ha rifiutato. Io ho insistito, e lui, mosso a compassione (o intimorito dal mio fare minaccioso), mi ha detto di mandare il soggetto, la sceneggiatura e quant’altro ad un tramite. Inaspettatamente qualche giorno dopo mi ha scritto una mail in cui mi comunicava che sarebbe stato felicissimo di far parte del mio film.

Quindi io e Alessandro Izzo (regista del collettivo di filmaker livornese “I Licaoni”) siamo andati a prelevarlo in un punto d’incontro (un’enoteca a Spello) e lo abbiamo portato a casa mia, lui ha girato la sua parte, io gli ho regalato due bottiglie di vino e poi se ne è andato.

“I REC U” racconta la storia di Neve, un diciottenne con un particolare difetto visivo: vede benissimo gli uomini e tutto ciò che lo circonda ma non riesce a mettere a fuoco le donne. Per poterle vedere deve indossare degli “occhiali-telecamera” fornitigli da un eccentrico oculista (interpretato appunto da Terry Gilliam), con i quali registra ogni singolo momento della sua vita, fino al giorno in cui incontra l’unica ragazza che riesce a vedere anche ad occhio nudo. Un film che parla di crescita, autoconsapevolezza, amore, attraverso una contaminazione tra generi diversi (commedia romantica surreale, horror, fantasy). Come nasce questa storia?

Da un’adolescenza mal vissuta, mal capita, mal risolta e mal protratta…probabilmente.

Proseguiamo con la tua filmografia: nel 2013 e nel 2014 realizzi alcuni cortometraggi che fanno parte di una serie dal titolo “Le notti del maligno”. Uno di questi, “D.S.”, è stato selezionato e trasmesso dalla BBC all’interno del programma “The Fear”. Un grande riconoscimento per il tuo lavoro.

Sì, “Le Notti del Maligno” nascono come serie di video musicali per una band folignate, “Il Capro”, che ha fatto l’errore mortale di darmi carta bianca lasciandomi trasformare dei videoclip in cortometraggi titanici.

“D.S.”, in particolare, nasce per partecipare ad un concorso di corti in Inghilterra, il cui tema era “Who’s there”. Visto che sia io che Camme (che cura gli effetti speciali nei miei film con la sua Fantasma Film FX) cercavamo da tempo l’occasione per fare qualcosa con dei mostriciattoli, ho colto la palla al balzo e ho imbastito questa storia dall’evidente impianto neorealista, come dimostra la presenza di demonietti, Satana e gag alla Looney Tunes.

Poi il corto mi è stato chiesto dalla BBC per il programma “The Fear” ed è stato apprezzato tantissimo dagli spettatori che commentavano su Facebook e Twitter, nonché dai giudici del programma, i quali si rammaricavano di non poterlo premiare perché il corto era comico ed il punteggio veniva dato in base al coefficiente “paura”.

Quindi ha vinto perdendo. Come Rocky. Non potevo chiedere di meglio.

Personalmente amo molto il tuo stile, ha un impatto fortemente psicologico, nel senso che la visione dei tuoi film e lungometraggi crea tutta una serie di emozioni, tra loro spesso discordanti: curiosità, sorpresa, ma anche fastidio. I personaggi, benché bizzarri, riescono a creare empatia nell’osservatore. Ci sono dei momenti in cui la narrazione ti attrae e altre in cui ti respinge, non so come spiegarlo in altro modo ma l’effetto è molto strano. È come se non ci fosse un inizio, un crescendo e una fine ma tanti momenti di su e di giù, come sulle montagne russe. Quando ho visto per la prima volta “Brazil” di Gilliam ho provato un po’ la stessa cosa che ho provato vedendo i tuoi lavori: passavo in pochi minuti dal “mi piace un sacco, fantastico, bizzarro, curioso” a “mi dà fastidio, non lo sopporto più”. Veloce, lento, vicino, distante, attrazione, repulsione, eccitante, deprimente. L’effetto complessivo è potente, piacevole e disturbante allo stesso tempo. Non so se questo è l’impatto di visione che speravi di creare, né se questa mia esperienza accomuna altri spettatori.

Di sicuro accomuna chiunque abbia a che fare con me come persona!

Detto questo sì, l’impatto che cercavo era questo perché da un certo punto del film in poi volevo proprio che lo spettatore, una volta agganciato emotivamente, si perdesse assieme ai personaggi in sensazioni che riproducessero, attraverso il fantastico, i dialoghi, i cambi di tono estremi e l’atmosfera, l’effetto delle storie d’amore che tutti abbiamo vissuto, storie che per l’appunto sono coinvolgenti, snervanti, attraggono e soffocano, sono bellissime e traumatiche…un po’ di tutto insomma. L’amore è il male e noi non siamo la cura. Tanto per citare liberamente Marion Cobretti. Volevo proprio che il film seguisse questa altalena di emozioni per preparare al colpo di scena finale.

Non so quanto sia stata saggia come scelta visto che “I REC U” genera puntualmente due reazioni: le persone o lo amano alla follia o lo odiano con disprezzo, senza mezze misure. E non importa, fa parte del gioco, possono aver ragione le prime o torto le seconde, è lo stesso.

Una cosa che convince pochi, invece, è la scelta di doppiarlo come fosse un cartone animato. Ma anche qui possono avere torto loro e ragione io, o viceversa; è lo stesso, non importa, l’importante è che vinca sempre lo sport.

Nei tuoi film e cortometraggi ci sono moltissimi riferimenti cinematografici. Locandine di film alle pareti, sequenze che ricordano scene classiche (es. quella della doccia in “Psycho”), pezzi di colonna sonora che rimandano ad altre pellicole (“La cavalcata delle Valchirie” di Richard Wagner e “Apocalypse Now”), mostricciattoli che ricordano “I Gremlins”. Ho notato anche un poster di “Twinky Doo’s Magic World”, che omaggia il lavoro de “I Licaoni”. Cosa ci dicono di te, della tua formazione e della tua storia artistica questi riferimenti?

In realtà dicono poco o niente a seconda dei casi…mi spiego: per quanto riguarda i poster presenti nel videoclip li ho messi proprio perché la protagonista era un’adolescente darkettina in un video per una band che suonava cover di temi di film horror, quindi ho pensato fosse un modo giusto di contestualizzare il tutto. Da qui anche la scena della doccia che nasce per integrare l’intro della loro cover del tema di “Psycho” (che poi è la canzone che si sente in tutto il videoclip quando inizia il massacro).

Stessa cosa per “I REC U” in cui i poster di film nella camera del protagonista rappresentano la cameretta media di un rincoglionito rimasto sotto ai film quale Neve è.

La cavalcata delle Valchirie in realtà l’ho messa perché mi piace la musica classica, ammetto di non aver pensato ad “Apocalypse Now”.

Tutti i mostriciattoli ricordano i Gremlins o i Critters (o i Ghoulies). Non si scappa. Sono quelli più noti. Se li fai più pupazzosi si passa ai Muppet. Io e Camme li adoriamo e purtroppo non se ne fanno più di film con le creaturine.

Invece il poster di Twinky appare in “StellaStrega” perché mi divertiva che la youtuber che si occupa, tra le altre cose, di cucina, avesse in camera il marchio della più famosa ditta di muffin del mondo, per l’appunto la Twinky Doo. Poi il disegno-logo dello scoiattolo fatto da Alessandro Izzo è stupendo!

Siamo arrivati, così, nel rispetto della più ossessiva cronologia, al tuo ultimo lavoro, “StellaStrega” (2018), ce ne vuoi parlare un po’?

No.

Scherzo.

“StellaStrega” nasce come rifacimento/rimontaggio/ripensaggio di “Alienween”, film che aveva avuto innumerevoli problemi dovuti principalmente ad un produttore truffaldino e farlocco, problemi che per me si riflettevano tutti sul film e che non sono mai riuscito a mandare giù nonostante le inaspettate ottime risposte del pubblico alle proiezioni.

E allora ho preso il film, l’ho smontato, rimontato, tagliato, girato scene nuove, tolto scene vecchie, aggiunto effetti speciali di Camme, valanghe di nuovi effetti ottici e modellini, nuove musiche di Alberto Masoni, ho risonorizzato il disastroso audio di presa diretta (salvato il salvabile perché era stato sabotato in origine dal produttore farlocco) ed ho tirato fuori “StellaStrega”, film che finalmente è come lo volevo.

Poi come lo vuole il pubblico non lo so. Ma vale sempre la solita regola, no? Possono avere torto loro o ragione io, è lo stesso, ci si rispetta sempre e comunque, quando l’importante è che vinca lo sport! Alè!

Non resta che parlare del futuro. Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Per ora dedicarmi ad un libro a fumetti, “THE SCI-FEAR CLUB” (se volete dare un’occhiata trovate qualcosa su Instagram a questi indirizzi: https://www.instagram.com/federico_sfascia/ oppure https://www.instagram.com/thescifearclub/

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".