ToHorror Film Fest 2016 – Sezione lungometraggi: Fear Itself

“Fear Itself” è un documentario del 2015, diretto dal regista britannico Charlie Lyne, e narrato dalla voce di Amy E.Watson.

La voce femminile spiega di essere stata vittima di un “incidente” e di aver trovato nella visione dei film horror il suo unico interesse nella vita, dopo il trauma subito. Che cosa la spinga, e spinga in genere le persone a ricercare la paura, lo spiega così: “Quando assecondiamo le paure che ci spaventano, smettiamo di essere vittime”. E come darle torto?

STRUTTURA DEL LUNGOMETRAGGIO

Il lungometraggio è costruito interamente sulle scene di film famosi, ad esclusione della scena di apertura e della sequenza finale. Tra i film rappresentati, troviamo:

“4 mosche di velluto grigio” e “Suspiria”, di Dario Argento; “8 millimetri”, “Alive” (film sulla storia vera dei sopravvissuti delle Ande), “Amityville II”, “Antichrist”, di Lars Von Trier, “Blow out”, con John Travolta, “Gli uccelli” di Hitchcock, “Brazil”, di Terry Gilliam, “La casa delle finestre che ridono” di Pupi Avati, “Christine” e “La zona morta”, tratti dai romanzi di Stephen King, “Elephant”, di Gus Van Sant, “L’esorcista”, “Lo squalo”, “Martyrs”, “Poltergeist”, ecc.

Il docufilm esplora il modo in cui il cinema ha rappresentato e rappresenta la paura ed è riuscito e riesce a suscitarla in noi (“Dopo un po’ immagini di diventare quasi immune” alla paura, ma è un’illusione), nonché i motivi per cui siamo spinti a guardare i film horror e a cercare volontariamente di farci spaventare.

La voce narrante ci accompagna in un viaggio lungo molti decenni di cinema, per scoprire l’origine stessa della paura, come questa viene creata.

LO STIMOLO SUI SENSI

Nei film horror c’è “abbastanza suono per sentire il silenzio” e ti viene data abbastanza luce per vedere quanto è buio. C’è sempre qualche piccolo dettaglio che colpisce i sensi e non sai quando ti assalirà la paura, inizi solo ad avvertire che qualcosa non va. Inizi a scrutare la scena e la fissi così attentamente da vedere delle forme sui muri, o una sagoma sulla poltrona.

I registi sfruttano, in fondo, le paure reali delle persone (“Senti la paura che vogliono tu senta”).

Quante volte vi è successo di immaginare di vedere, da bambini o anche da adulti, dei movimenti o delle forme nella penombra della vostra camera da letto? Quante volte vi è parso di sentire un rumore al piano di sotto, o nel corridoio?

“Quando non vedi chiaramente, il mondo diventa spaventoso”, “Quando l’oscurità è tanta, riponi troppa fiducia in quello che riesci a vedere”, e non importa se quello che credi di vedere non ha senso, non importa se è diverso da quello che conosci del mondo. Ti importa solo di quello che ti sembra avere davanti.

PERICOLO REALE E PERICOLO IMMAGINARIO

Le emozioni non si modificano con la ragione e il nostro cervello non fa distinzione tra ciò che è reale e ciò che non lo è, quando percepisce un pericolo. Ci mettiamo in allarme, aumenta il nostro battito cardiaco, siamo ipervigili, con tutti i sensi iperattivati, sia nel caso vediamo un uomo con un coltello che ci attende sotto casa, sia nel caso in cui pensiamo che ci sia un orco sotto il nostro letto.

La paura è sempre a nostra disposizione, pronta ad aiutarci a comprendere di essere in una situazione di pericolo.  “Le nostre ansie sono sempre con noi”, “Si trasmettono di generazione in generazione” e a volte la paura sembra senza scopo “Quando abitavamo al piano terra, la paura dell’altezza aveva un senso, se non altro per tenerci lontani da un burrone”, ma adesso? Ora che viviamo in palazzi a più piani e grattacieli e raramente ci troviamo su un precipizio?

LA VIOLENZA COME CATTIVO ESEMPIO:

È possibile che un film influenzi a tal punto i suoi spettatori da far sì che gli atti compiuti in esso vengano imitati nella vita reale? Recentemente, dopo l’uscita dell’ultimo film di Rob Zombie, dal titolo “31”, in cui una serie di pagliacci assassini e psicopatici uccide in un gioco simile a quello del vecchio film con Schwarzenegger (“L’implacabile”) una serie di malcapitate vittime, si sono verificati, in America e Gran Bretagna, molti casi di aggressioni ad opera di persone travestite da clown. Non si sa se effettivamente il film e questi eventi di violenza reale siano collegati, ma il dubbio che queste persone si siano ispirate alla pellicola c’è.

In “Fear Itself” si introduce questo argomento dicendo che il film “Elephant” di Gus Van Sant (tratto, tra l’altro, da una vicenda realmente accaduta, quella della strage alla Columbine High School), abbia “ispirato” una successiva sparatoria da parte di qualcuno che era stato influenzato dalla sua visione.

Si sono sentite molte storie di questo tipo, e non riguardano solo il cinema. Quanti gruppi musicali, ad esempio, sono stati accusati di istigare alla violenza tramite i testi e la musica delle loro canzoni? Il rock è stato spesso considerato l’istigatore dei crimini satanici. Pensiamo ad esempio al caso italiano delle “Bestie di Satana” e a come sia stato sottolineato con enfasi il fatto che questi giovani assassini avessero una predilezione per l’Heavy Metal; o, per andare un po’ più indietro nel tempo, pensiamo alla vicenda di Charles Manson, e alla sua fissazione per la canzone “Helter Skelter” dei Beatles, entrata nel suo pensiero delirante a tal punto che il titolo della canzone venne scritto dai suoi seguaci nella casa di Roman Polanski, durante il massacro che perpetrarono su sua moglie incinta e alcuni suoi amici, negli anni Sessanta.

Chi ascolta Heavy Metal, guarda i film dell’orrore, ha un disco dei Beatles, allora, è un potenziale psicopatico? Ovviamente la risposta è no.

Penso che ogni cosa possa essere usata in modo giusto e in modo sbagliato. Molte persone ascoltano il rock, leggono libri “forti”, amano i film dell’orrore, sia le persone “buone” che quelle “cattive”. Se una persona guarda “Hostel” e poi lega alla sedia e tortura il vicino di casa, non darei la colpa al film. Un sadico sarà certamente più attratto da un film horror che da “Dirty dancing” ma non tutti quelli che hanno visto “Hostel” hanno legato e torturato il vicino di casa.

In “Fear Itself” questa riflessione viene fatta, e la voce narrante dice: “Quelle persone [che hanno compiuto la strage dopo la visione di “Elephant”] hanno visto il film con occhi diversi dai miei”.

IL MOSTRO

Un altro tema interessante affrontato dal documentario è quello del “mostro”. “Molti pensano che Frankestein sia il mostro, mentre è lo scienziato che lo ha creato”. Da uno scienziato, infatti, “ci aspettiamo di meglio, pensiamo possa dominare i suoi istinti”.

La cronaca ci ha spesso messi di fronte, invece, al fatto che in realtà anche il buon vicino di casa (es.Jeffrey Dahmer), l’avvocato (es.Ted Bundy), persone che sembrano essere proprio come noi, possono essere dei mostri.

ESORCIZZARE LE PAURE

A volte quello che proviamo durante la visione di un film è troppo forte, e sentiamo l’esigenza di coprirci gli occhi. Ma quando voltiamo le spalle a quello di cui abbiamo paura, gli diamo ancora più potere. Quando affronti la cosa che ti spaventa, capisci davvero di cosa è fatta. “Ciò che sembra terribile nell’oscurità, diventa chiaro alla luce”.

I film horror ci danno la possibilità di affrontare le nostre paure ed esorcizzarle: “Per provare sollievo, si deve prima attraversare la paura”. Ma cosa faremmo se, guardando le nostre paure da vicino, non trovassimo niente per rassicurarci? È quello che la voce narrante si chiede.

Ho affrontato questo tema in un mio articolo precedente, e mi sono chiesta quanto la rappresentazione del trauma nei film (es.Tarantino è un maestro in questo) non possa essere essa stessa fonte di trauma o di ritraumatizzazione nelle persone sensibili, o nelle persone che hanno vissuto eventi di vita negativi simili a quelli messi in scena.

STORIE VERE

Alcuni film horror sono stati pubblicizzati dicendo che erano tratti da storie realmente accadute, anche se ciò non era vero. Il caso più emblematico è stato “Non aprite quella porta”, di Tobe Hooper. Se la storia è vera, infatti, è molto più forte l’impatto che ha su di noi. Non possiamo ancorarci al fatto che si tratta di un’invenzione e che certe cose non possono accadere nel mondo, e tantomeno a noi.

Anche il film horror più surreale, è comunque radicato nella realtà. Le possessioni demoniache appartengono alla cultura religiosa, il tentativo di controllare la mente non è così lontano da ciò che alcune persone hanno provato a fare, suggestionando le menti deboli, torturando, ecc. Lo stesso Jeffrey Dahmer, necrofilo noto con il nome di “Mostro di Milwaukee”, aveva tentato di controllare la mente delle sue vittime e farle diventare degli automi, aprendo loro il cranio e inserendo dell’acido nel loro cervello.

A volte, la realtà supera qualsiasi fantasia. In ogni caso, sono molti i film che si basano su storie vere o su aspetti scientifici. Ricordiamo ad esempio il film di Kubrick “Arancia meccanica”, basato sull’uso di tecniche di condizionamento che venivano utilizzate in passato nei manicomi criminali. Se la storia è vera o se è ancorata almeno in parte a situazioni reali, è maggiormente impattante a livello emotivo di una storia totalmente priva di fondamento.

FILM MALEDETTI

Le tragedie accadute agli attori di alcune pellicole, sono talvolta state sfruttate a fini promozionali, per far credere che quel dato film fosse maledetto e creare maggiore curiosità nel pubblico.

In “Fear Itself” si sottolinea come, nel primo episodio di “Poltergeist”, ci fossero 3 figli, nel secondo due e nel terzo uno, proprio perché una serie misteriosa di morti si è verificata tra i membri del cast, nel corso della realizzazione della trilogia: “Non esiste la maledizione di Poltergeist, ma noi siamo attivati dal crederlo”.

Un film che parla di fantasmi, è tanto più spaventoso per il pubblico se viene dato da pensare che averlo girato abbia portato come conseguenza una maledizione sui suoi protagonisti. Perché è più spaventoso? Perché è più vero. Come si può non credere alla storia che racconta, per quanto inspiegabile, se gli stessi protagonisti sono stati coinvolti in una vicenda altrettanto inspiegabile?

CRUDELE O LOGICO?

Cosa succede quando troviamo logico, in un film, qualcosa che è crudele o che va contro ai valori condivisi dagli esseri umani? Ad esempio, un omicidio per vendetta o il cannibalismo, quando è l’unica possibilità di sopravvivenza (es.film ”Alive”)? É impossibile non chiedersi, quando ci confrontiamo con storie di questo tipo, se avremmo fatto anche noi le stesse cose, nel caso ci fossimo trovati nei panni dei protagonisti.

A volte, poi, ciò che è crudele per una persona, risulta logico per un’altra. Nel documentario di Charlie Lyne si fa l’esempio dello smembramento dei corpi: sbarazzarsi di un cadavere smembrato è più semplice che farlo quando il suo corpo è intero.

IL LEGAME TRA SPETTATORE E PERSONAGGI DEL FILM

Tra lo spettatore e i protagonisti dei film dell’orrore si crea un legame speciale. C’è un aspetto di attivazione dei neuroni specchio che fa sì che proviamo ciò che prova il personaggio della scena che vediamo, il suo stesso terrore. Ma il legame non è a senso unico. Anche noi cerchiamo di trasmettere quello che proviamo o pensiamo agli attori, perché vorremmo che condividessero, ad esempio, il nostro stesso desiderio di scappare, anziché avventurarsi nella cantina buia; vorremmo che usassero le stesse strategie che useremmo noi in quella situazione, ad esempio controllare che l’assassino che siamo appena riusciti a rendere inoffensivo sia realmente morto, prima di lasciargli un’arma a portata di mano o voltargli le spalle.

DALLA PAURA ALLA COMPASSIONE

La paura, a volte, può trasformarsi in compassione: un mostro può essere non così mostro come pensiamo, magari scopriamo che ha sofferto, che è stato oggetto di ingiustizie, e che ha un lato più umano di coloro che gli danno la caccia.

Al contrario, invece, accade a volte che cerchiamo di allontanare da noi l’immagine della persona che ci somiglia: un serial killer deve essere per forza un orribile mostro, non può essere un uomo come noi.

Le persone capaci di certe cose, invece, sono umane. Lo sappiamo dalla storia, dalla cronaca. Se accettiamo che queste persone siano come noi, però, dobbiamo capire cos’altro abbiamo in comune con loro, e questo ci spaventa. È più semplice dare la colpa al male, al soprannaturale. Invece dobbiamo accettare ciò che l’umanità è in grado di fare: “Ciò significa che l’orrore non è mai troppo lontano”. “L’orrore è intorno a noi, non quello che ci tiene svegli nei film”. “Pensiamo a noi non succeda, ma ogni giorno al mondo succedono cose terribili”.

I film, non fanno altro che raccontare la natura umana, in tutte le sue sfaccettature, positive e negative. A volte ci sembra che certe storie siano esagerate, ma attingono dal reale, ed è proprio per questo che riescono a fare leva sulle nostre paure. A volte rispetto alle minacce esterne, a volte rispetto a parti di noi che non vogliamo ammettere essere nostre e che preferiamo proiettare sui mostri e sulle entità maligne.

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".

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