Quasi amici

“Non ha una particolare compassione per me, però è alto, robusto, ha due braccia, due gambe, un cervello che funziona, è in buona salute. Allora di tutto il resto a questo punto, nel mio stato […] da dove viene, che cosa ha fatto… io me ne frego”. 
(Philippe)

“Quasi amici” è un film che non parla solo di disabilità, ma in generale di “diversità“, e lo fa in modo intelligente e delicato. Già a partire dalle prime scene, il tema del “diverso” viene messo in evidenza attraverso la presentazione dei due protagonisti: c’è l’aristocratico tetraplegico e c’è l’aspirante assistente di colore, che è in attesa di affrontare il suo colloquio di lavoro in mezzo a un gruppo di candidati tutti bianchi.

Gli aspiranti assistenti elencano le loro referenze e specializzazioni e spiegano quali sono le cose che potrebbero fare per aiutare l’uomo disabile, mentre il ragazzo che verrà scelto non ha nessuna esperienza, ed è lui a chiedere qualcosa: la firma per il sussidio di disoccupazione. L’uomo sulla sedia a rotelle gli domanda, in modo provocatorio e autoriferito: “Come si sente a vivere di assistenza”?

Le differenze tra i due protagonisti sono immense: il primo è ricco, con una grande cultura e sensibilità artistica. Il suo cervello è la sua sola risorsa, in quanto il suo corpo è insensibile a qualsiasi stimolo e completamente paralizzato; il secondo è povero, ha dei problemi con la legge, ma ha un corpo atletico e forte e una mentalità semplice e pratica.

Il film porta dapprima lo spettatore a concentrarsi sulla diversità e sulle differenze, per poi gradualmente abbandonare ogni eventuale stereotipo, entrando nell’interiorità dei personaggi e mostrando il loro valore.

Un tema importante trattato in questa pellicola riguarda le conseguenze psicologiche della disabilità. Spesso le persone che si trovano improvvisamente, a causa di un incidente o di malattie, ad avere un’autonomia limitata, tendono a estendere il loro eventuale deficit a sfere della vita in cui potrebbero essere ancora efficaci e indipendenti.

Le persone che si prendono cura del disabile tendono a fare per lui anche le cose che in realtà potrebbe fare da solo e a renderlo dipendente anche su scelte, decisioni e azioni che potrebbe intraprendere autonomamente.

L’entourage dell’uomo tetraplegico si occupa di lui dandogli un’assistenza totalmente incentrata sul corpo, mentre il suo stravagante assistente cerca di occuparsi anche della sua interiorità, delle sue emozioni. Non vede solo la persona sulla sedia a rotelle, ma anche l’uomo che è rimasto vedovo, il padre, e qualcuno che può ancora innamorarsi, avere una vita degna di essere vissuta, stupirsi, trasgredire, giocare (ad esempio quando approfitta della propria invalidità per beffare la polizia), avere una parte attiva nella costruzione di relazioni significative (amicizia, amore).

Un film positivo, che fa riflettere e che porta al superamento di concezioni rigide e stereotipate.

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".