PsyFilmFest2017 – Humidity


[Attenzione Spoiler: vengono svelati particolari della trama]

Psychofilm è stato ospite dello Psicologia Film Festival 2017, una manifestazione nata nel 2009 e quest’anno alla sua ottava edizione, il cui scopo principale è quello di stimolare il dibattito interdisciplinare e diffondere la cultura psicologica e cinematografica sul territorio.  La proiezione di film poco diffusi e conosciuti dal pubblico italiano e la presentazione di ogni pellicola da parte di docenti ed esperti, rende questo Festival un modo interessante e originale per confrontarsi sui temi legati alla mente umana e alle relazioni, attraverso il potente espediente narrativo della settima arte.

Sono felice di essere stata chiamata dagli organizzatori per presentare proprio il film del giovane regista Nikola Ljuca, un dramma con il sapore del thriller che, come lo stesso Ljuca ha descritto, rappresenta una sorta di liberazione dagli stereotipi post-bellici e dalle formule tradizionali dei film serbi; un modo per creare un’immagine realistica della contemporanea Belgrado, del clima di instabilità e confusione sofferto da generazioni private dei loro ideali e alla ricerca di una propria identità. Il protagonista del film appartiene alla generazione cresciuta negli anni Novanta, che ha vissuto le guerre jugoslave, che vide la caduta di Milošević e cadde sotto l’influsso del capitalismo e i suoi nuovi “valori”: la ricerca della ricchezza e del successo, la necessità di investire sullo status sociale.

Il cinema indipendente, meno influenzato dagli standard commerciali, è un ottimo canale attraverso cui conoscere altre realtà e culture: Cynthia Sawma, giovane regista del cortometraggio “Congratulations”, che ha partecipato a molti Festival di Cinema indipendente, ha dichiarato, ad esempio, in una recente intervista a Torino, che il suo principale desiderio è stato e sarà quello di raccontare, attraverso i suoi lavori, la realtà della cultura libanese nella quale è nata e cresciuta. Stesso intento è alla base di “Humidity”, che vuole rappresentare una immagine reale della Serbia contemporanea.


Il film si apre con una scena di sesso molto intensa. Forse la scena più emotivamente carica, vera e ricca della pellicola. Un uomo e una donna (Milan e Mina) consumano un passionale amplesso in un letto dalle dimensioni piccole, con le teste appoggiate su un unico cuscino. Questi particolari, se lo spettatore è abbastanza attento da osservarli, fanno intuire che la coppia non abita insieme. Quel piccolo appartamento, infatti, è di Milan; Mina abita in una casa più grande, arredata con mobili di design, insieme al marito Petar, manager di successo, come scopriremo più avanti.

I corpi nudi dei due, bagnati dal sudore, rimangono abbracciati dopo il sesso; Milan e Mina giocano un po’, poi recitano insieme con delicato romanticismo i versi di una poesia del poeta serbo Ivan V.Lalić:

“Nikad samlji nego krajem jula / Kad je letu pedalj do zenita, / A hlorofilu aršin do rasula / U metastazi žutila i ruja, / Tamnije kad zelene su boje / U vrtovima, a strnjika suva, / Tamnija donja amplituda bruja / Vetra što obnoć u vremenu duva. / Nikad samlji nego krajem jula / Kad sve je, misliš, na dohvatu čula / Oštra kao nož još topao od točka / Brusača, ali bitno nedostaje: / Anđela koga slutiš nećeš sresti. /  A vazduh trudan je od blagovesti”

[Trad.No more alone than at the end of July, / With summer’s zenith just a handspan away,  / But chlorophyll an armsbreadth from breaking down, / And metastasing into yellow and brown, / When the colours shade towards a darker green, / In the gardens, but the stubbled fields are dry; / While darker and lower amplitudes now chime, / In the wind that’s blowing all night long trough time. / No more alone than at the end of July, / When you think that all’s within your reach: each sense / Is keener, like a knife still blue with the heat / Of the grindstone, but its essence is not there / You feel the angel’s presence: you’ll never meet, / Yet annunciation fills the pregnant air”].

La scelta di questo poeta da parte del regista, uno dei più famosi poeti serbi a livello internazionale, può avere due significati: da una parte si inserisce nell’intento di diffondere la cultura del suo paese e dall’altra di rappresentare la generazione precedente a quella protagonista della pellicola, una generazione che ha vissuto in pieno le trasformazioni politiche della Serbia e l’attivismo e gli ideali che hanno motivato tali cambiamenti.

La destabilizzazione dello spettatore ha inizio da subito, quando ci si accorge che quella coppia così appassionata e poetica in realtà non è una coppia ufficiale, ma clandestina, e che Mina ha una vita diversa che la attende di lì a poco. Infatti, dopo aver trascorso la notte con il suo giovane amante, Mina si reca presso l’aeroporto di Belgrado, per prendere il suo affascinante marito Petar e il suo collega di lavoro, di ritorno da un viaggio di affari. Si respira, tra i due coniugi, un’aria alessitimica, fatta di sguardi distaccati e contatti fisici freddi.

Il collega di Petar ricorda alla coppia che darà una festa nella sua dimora estiva quella sera, e che sono invitati a partecipare, poi i tre si congedano. Arrivati a casa, Mina e Petar si concedono un breve riposo prima di prepararsi per il party, e questa sequenza è costruita dal registra magistralmente, come una sorta di flashback sulla scena iniziale: marito e moglie sono sdraiati sul letto, le teste appoggiate a due cuscini, i loro corpi non si toccano. Mina guarda il torace umido del marito, con uno sguardo privo della passione che si respirava nella scena di sesso con Milan. Tutto riporta a quella scena, ma in una modalità totalmente opposta a livello di emozioni.

Dopo un tempo non definito di riposo, che appare però abbastanza lungo, dato che la luce esterna è stata sostituita dal buio, Petar si sveglia e scopre che la moglie è scomparsa.

Lo spettatore si sente sempre più confuso, da questo punto in poi. Ci si aspetta che Petar si comporti in un modo, e invece non lo fa; che provi determinate emozioni, che invece non mostra di avere (o meglio, nasconde). Emblematica la scena in cui, dopo aver cercato la moglie per tutta la casa e non essere riuscito a contattarla telefonicamente, non chiama parenti e amici per sapere se Mina è da loro, bensì l’uomo della manutenzione, per un guasto al lavandino della cucina.

Petar non contatta amici e famigliari neanche dopo, per farsi aiutare nella sua ricerca, né annulla l’appuntamento a casa del collega, anzi, proprio alla festa, inizia a nascondere la sua scomparsa raccontando una serie di scuse e bugie.

Questo comportamento apparentemente illogico è frustrante per chi guarda questo film. Però ci si accorge che le emozioni che lo spettatore prova, in realtà, lo aiutano a entrare nel mondo interiore di Petar e in qualche modo a conoscerlo. Petar si conosce gradualmente anche attraverso la sua famiglia, il suo lavoro, le sue frequentazioni. È un uomo di successo, un manager che lavora per un’azienda di costruzioni senza scrupoli, è ricco, vive in un appartamento lussuoso e guida un’auto lussuosa. Non sembra avere rapporti profondi con nessuno e anche la sua famiglia appare molto distaccata dagli aspetti emotivi delle relazioni: quando l’equilibrio di Petar inizia a vacillare (ha difficoltà a dormire e per questo va a correre di notte, frequenta locali e feste in cui si mescolano le droghe ai rapporti occasionali) nessuno intorno a lui vede che non sta bene, solo il padre sembra notare che qualcosa non va, ma gli chiede se ha bisogno di soldi e non gli mostra nessuna vicinanza sul piano emotivo. La sorella, Bojana, gli racconta che suo figlio di 9 anni la ritiene una superficiale per come si veste, e lei teme che il bambino “venga su come uno di quegli intellettuali incapaci”. Dal bordo della piscina di una SPA, poi, dichiara di non avere il tempo per essere depressa.


“We don’t really understand what Petar is doing, but through him,
we see the broken world he lives in.”
(Nikola Ljuca)

Mina è un personaggio scarsamente caratterizzato: dopo la prima scena con Milan, sembra diventare un corpo svuotato, per poi sparire del tutto. La sua presenza, però, pervade tutto il tempo della sua assenza: la sua macchina nel garage, le scarpe lasciate nella BMW del marito il giorno in cui era da Milan ed è andata all’aeroporto a prenderlo, le persone che chiedono costantemente dov’è, il nipote di Petar che dice che la Playstation gliel’ha comprata Mina, Petar che racconta storie inventate.

Mina non c’è, ma allo stesso tempo è lì, tutto il tempo, a tenere in mano il filo narrativo.  Nonostante ciò, non si riesce a conoscerla: il suo diario ha tutte le pagine bianche, i dialoghi su di lei sono superficiali o vengono interrotti, e quando all’improvviso ricompare, come se nulla fosse successo, è lei stessa a dire al marito, e a noi, di non avere voglia di parlare.

La sensazione è che non si riesca mai a scalfire la superficie di qualcuno dei personaggi, ma anche che non ci sia nulla sotto la superficie, e questo crea un’atmosfera alienante intorno a loro.

Gli aspetti umani sembrano essere catalizzati principalmente da un’unica persona: Milan. Mina sembra umana quando è con lui, e non un involucro vuoto. Poco prima di avere l’incidente che farà incontrare casualmente Petar e l’amante della moglie, Petar piange, ed è qualcosa di nuovo e inaspettato per lo spettatore. Milan lo soccorre, lo medica, ed è l’unico a mostrare, nel brevissimo tempo in cui compare nella pellicola, umanità, profondità, emozioni, senza limitarsi.

Il film è il ritratto di una comunità di individui sempre più incapaci di usare la metacognizione, di avere dei rapporti autentici, e di una società sempre più votata all’apparire che all’essere. Un’apparenza che si gioca non solo a livello individuale, ma anche relazionale: apparire come una bella coppia o una bella famiglia di fronte agli altri; nascondere i tradimenti, i problemi, la mancanza di intimità; dichiarare, come fa il padre di Petar, che la famiglia è la cosa più importante, benché ognuno pensi alle sue cose e nessuno si interessi ai problemi degli altri.

Petar arriva a nascondere la scomparsa della moglie, pur di mantenere l’apparenza, e quando non sa più come giustificarsi, a inventare che la donna è a Como (la storia inventata è costruita sulla base del titolo di un libro, stile Kaizer Söze, ma con minor maestria).

Mina, quando ritorna, sostiene le bugie del marito, rispondendo alle domande dei famigliari come se fosse stata davvero in viaggio in Italia.

Le scene finali del film sono pirandelliane: così è, se vi pare. Poi tutto ricomincia come se nulla fosse stato. Senza un perché.

Non viene svelato dove ha trascorso la settimana di assenza Mina. Possiamo immaginare sia stata da Milan, abbia deciso di lasciare il marito per lui, per poi essersi ricreduta, ed essere tornata alla sua routine familiare. Un indizio può essere il fatto che Milan dice a Petar, dopo l’incidente che li vede coinvolti: “Da come è iniziata la serata, poteva solo finire così”. Forse Mina lo aveva lasciato quella sera? A questo si riferivano le sue parole?


Alla proiezione del film, è seguito un interessante dibattito. Dopo aver illustrato al pubblico alcune di queste mie personali riflessioni, ho chiesto alle persone in sala di intervenire con le loro suggestioni, essendo il cinema, come tutte le forme d’arte, qualcosa di molto soggettivo e questo film, in particolare, possibile di diverse interpretazioni.

Un interessante punto di vista è stato illustrato da un ragazzo, in merito al tema della libertà: in una scena Petar è bloccato nel traffico e chiede a degli automobilisti cosa stia succedendo. Questi gli dicono che c’è un uomo in cima a un palazzo che minaccia di buttarsi giù e stanno cercando di convincerlo a non farlo; poi, uno di loro, dice a Petar che potrebbero lasciare che si butti, se vuole farlo, così loro possono andare avanti. Avevo letto questo scambio in modo molto cinico, mentre lo spettatore ha visto l’altro lato della medaglia, quello del diritto di libera scelta. Lo stesso spettatore ha poi fatto riferimento anche a un’altra sequenza del film: quella in cui Petar incontra la donna inglese, al party del collega. Lei gli dice che ha bevuto molto per riuscire a sopportare di stare in mezzo a persone con le quali non vorrebbe stare: qui c’è il senso di costrizione legato alla mancanza di libertà.

Questo discorso si potrebbe legare anche a una delle scene finali del film, quella in cui il nipote di Petar viene sollecitato a interpretare la parte del personaggio maschile della sua recita scolastica, ruolo che gli è stato affidato. Lui, nonostante le pressioni dei famigliari, decide invece di interpretare il ruolo femminile, rivendicando la sua libertà di scelta ed espressione.

Una cosa che ci siamo chiesti tutti, ieri sera, è stata il significato del titolo del film. Perché “Humidity”? Dal confronto è emerso che, effettivamente, l’umidità è un filo conduttore importante della pellicola: c’è umidità nei corpi di Mina e Milan, dopo la scena iniziale di sesso, c’è il corpo di Petar umido dopo la doccia, nella scena precedente alla scomparsa della moglie, c’è il sudore delle sue tempie, inquadrate ostinatamente per tutto il corso della narrazione, c’è la scena finale del film, con la pioggia sul parabrezza dell’auto, ci sono riferimenti continui al caldo e alla presenza o meno di condizionatori funzionanti, in ufficio e nella casa della mamma di Mina. Forse il sudore è il segnale che rende i personaggi vivi, al di là dell’apparente vuoto che li caratterizza, forse è espressione di quelle emozioni che non riescono a trapelare nella generale alessitimia del racconto. Uno degli organizzatori del Festival ha detto una cosa interessante: “le emozioni, per quanto si cerchi di bloccarle, da qualche parte devono uscire, in qualche modo si manifestano, almeno a livello fisiologico”.

L’umidità è qualcosa che può anche trasmettere senso di disagio, in fondo è spesso qualcosa di opprimente. Sarebbe bello avere una risposta da Nikola Ljuca sulla sua scelta della parola chiave del film, ma per ora possiamo solo coprire questo dubbio con le nostre personali riflessioni.

Dopo aver visto per la seconda volta la pellicola, mi sono resa conto che Petar non è così privo di umanità come sembra: in fondo è un punto di riferimento per la sorella Bojana, si presta ad aiutarla andando a guardare il nipote durante la serata di inaugurazione del suo ristorante, lei gli dice di non cambiare, di rimanere quello che è, un riferimento sicuro. Si mostra accudente nei confronti della donna che sta male alla festa, la riaccompagna a casa, così come fa con l’amico omosessuale nella scena precedente al suo incidente con Milan (amico che ho l’impressione sia stato interpretato dallo stesso regista Nikola Ljuca, in un cameo di hitchcockiana e tarantiniana memoria). Il ragazzo gli dice: “sei stato l’unico ad essere carino con me, questa sera”.

In lui, come ha detto qualcuno del pubblico, forse c’è anche un po’ di negazione, oltre che di difficoltà a esprimere ciò che sente. E magari è proprio per effetto di questo meccanismo di difesa che si comporta in modo così paradossale.

Sono sicura che se guardassi una terza volta “Humidity”, vedrei nuovi aspetti che prima non avevo notato e che se ci fosse stata l’occasione di un confronto più lungo con il pubblico ci sarebbero stati altri spunti di riflessione interessanti.

Ottima la selezione di questa prima nazionale da parte dello Psicologia Film Festival, un’opera prima originale e densa di contenuti culturali e psicologici.

 

 

 

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.