La vita davanti a sè

La vita davanti a sé è il film del ritorno di Sophia Loren sul grande schermo. L’amata attrice italiana, diretta dal figlio Edoardo Ponti, interpreta la parte di una ex prostituta ebrea di nome Madame Rosa, sopravvissuta all’Olocausto, che accoglie i figli di colleghe che non possono occuparsi di loro dietro un compenso economico. Un giorno un suo amico, il dott. Cohen, interpretato da Renato Carpentieri, le propone di prendersi cura di un bambino senegalese di 12 anni, orfano (anche lui figlio di una prostituta) di nome Momò (Ibrahima Gueye).

Dopo una fase iniziale in cui si rifiuta di prendere con sé quel bambino così difficile e problematico, Madame Rosa decide di accoglierlo. Con il passare del tempo tra di loro si instaurerà un legame affettivo profondo e stretto. Quando la salute di Madame Rosa inizierà a peggiorare, la donna farà promettere a Momò di fare tutto il possibile per evitare un eventuale accanimento terapeutico su di lei e il ragazzino si impegnerà con tutto se stesso per rispettare questa promessa.

Riflessione psicologica sul concetto di trauma

La domanda che mi sono posto durante la visione del film, collegata al titolo, è la seguente: come si può guardare la vita davanti, cioè la vita da vivere, se quello che si è vissuto in passato è troppo doloroso e traumatico? Se quello che si è lasciato dietro di sé non permette di vedere quello che sta davanti?

Madame Rosa è una donna traumatizzata. Sono emblematiche le scene in cui si assenta, sparisce a se stessa, perché si trova in uno stato che in psicopatologia viene definito con il termine di “dissociazione”; come ad esempio quella in cui è sul terrazzo di casa sotto la pioggia, senza rendersi conto che si sta bagnando.

Mentre Madame Rosa è una donna anziana che guarda dietro di sé, verso un passato traumatico che la mente non può significare ed accogliere, Momò ha la vita davanti e può forse ancora rendere il suo futuro diverso, superando il suo passato. Ma anche lui, orfano e figlio di una prostituta, dovrà fare i conti con la propria storia e con i propri fantasmi, che nel film assumono le sembianze di un leone che lo va a trovare in alcuni momenti particolari.

La promessa con cui Momò si lega a Madame Rosa ed alla sua storia è proprio quella di riuscire a guardare la vita davanti a sé e non soltanto attraverso la ripetizione traumatica di ciò che è accaduto, trovando un modo di “ripartire” e rinascere. Simbolicamente la morte di Madame Rosa rappresenta la possibilità di rinascere di Momò. Soltanto attraverso la capacità di elaborare e significare ciò che è stato vissuto dietro di sé è possibile guardare e vivere la vita davanti a sé.

Probabilmente l’intento più manifesto ed esplicito del regista è quello di tipo sociale: il messaggio che vuole portare con questo lavoro è che ci possono essere delle strade percorribili anche all’interno di contesti in cui la criminalità sembra l’unico luogo di riscatto sociale, di affermazione individuale.

Nel complesso il film è un po’ lento e prevedibile nello sviluppo della trama, ma l’interpretazione della Loren, sempre magnifica, affascinante e in grado di dare grazia e poesia al suo personaggio, rende comunque interessante la sua visione.

Stefano Tricoli

Sono uno psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Sono Cultore della materia Psicologia Dinamica presso l’Università degli studi di Torino e ho una passione profonda e viscerale per il cinema. Mi mi piace vedere film e recensirli e collaboro, oltre che con Psychofilm, anche per un'altra rivista online di Cinema.