Hungry Hearts

Hungry Hearts è un film del 2014, diretto da Saverio Costanzo e interpretato con straordinario realismo da  Adam Driver (nel ruolo di Jude) e Alba Rohrwacher (nel ruolo di Mina).

Mina è una donna diafana, così fragile che sullo schermo sembra continuamente a rischio di frantumarsi, di spezzarsi, anche grazie alle accurate deformazioni delle inquadrature operate dal regista. Magrissima, pallida, con i capelli sottili, il suo sguardo pare cercare continuamente punti di riferimento esterni, qualcuno che le dia sicurezza e si prenda cura della sua estrema vulnerabilità e questo grido di aiuto silenzioso resta attaccato alla pelle dello spettatore per tutta la durata del film.

Quando incontra Jude, e inizia con lui una storia d’amore, Mina sembra aver trovato un’ancora a cui aggrapparsi e Jude si mostra da subito, effettivamente, un uomo molto accudente e protettivo.

La loro storia però è uno spazio chiuso, sigillato. Si conoscono nel minuscolo e asfissiante bagno di un ristorante cinese, nel quale rimangono rinchiusi per un malfunzionamento della porta, e anche la maggior parte delle scene successive si svolge in luoghi chiusi, quasi claustrofobici: Mina rannicchiata nel letto, chiusa in bagno, rintanata in una serra di plastica. E Jude che la segue come se lei fosse un fantasma, per le stanze della loro abitazione. Persino l’uscita dalla casa della coppia è claustrofobica e angosciante: una scala tortuosa e stretta, che fa pensare alla torre di una fortezza, a una prigione da cui è difficile scappare.

Dopo l’incontro casuale e la conoscenza obbligata all’interno della toilette, Mina e Jude iniziano a frequentarsi. Il primo periodo di tempo insieme, non si capisce quanto lungo sia: si passa dalla scena del bagno alla scena in cui i due sono a letto e inizialmente sembra che tutto si sia svolto in una notte. Ma poi sorge il dubbio, perché il dialogo che inizia tra l’uomo e la donna fa pensare che sia passato più tempo di quanto si possa immaginare. Anche lo spettatore, così, sperimenta il vuoto temporale della segregazione, il disorientamento dato dalla mancanza di punti di riferimento, come i cambiamenti di luce. Le scene sono sempre grigie, non si comprende se si svolgano di giorno o di notte, in inverno o in estate, tranne un’unica scena, in cui si scorge un paesaggio innevato.

Presto, troppo presto, ma non in termini di tempo, poiché il tempo non è definito, la vita di Jude e Mina viene cambiata da una gravidanza non programmata, quando la coppia non è ancora pronta a far entrare nella sua storia un nuovo personaggio.

Mina, in un giorno imprecisato, esce di casa e consulta una veggente, che le dice che il bimbo che porta in grembo è una creatura speciale, pura, destinata a fare grandi cose nel mondo, quello che lei definisce  un “bambino indaco”. Mina si convince che ciò sia vero e che sia suo dovere mantenere questa purezza, tenere il feto lontano da qualsiasi contaminazione. Inizia a non mangiare e bere adeguatamente e i dottori le dicono che così facendo mette a rischio la sua salute e quella del figlio, ma la donna persiste nel perpetrare la sua condotta, nonostante Jude cerchi in tutti i modi di dissuaderla.

Il suo disturbo del comportamento alimentare si aggrava dopo la nascita del bambino, diventa ortoressica, esclude dalla sua alimentazione e da quella del piccolo tutte le proteine, che ritiene “inquinanti”, utilizza solo cibo vegetale che lei stessa coltiva sul terrazzo di casa, all’interno di una serra anch’essa chiusa e claustrofobica.

Mina non si fida dei dottori e sostiene di sapere da sola quello che è un bene per suo figlio. Si rifiuta di curarlo con gli antibiotici quando ha la febbre alta, non lo porta mai da un pediatra ed è convinta che sia sufficiente leggere dei libri e affidarsi al suo istinto per dargli tutto ciò che gli occorre per crescere.

Durante il primo anno di vita del bimbo, la donna rimane segregata in casa con lui, non lo porta mai fuori, perché l’aria è contaminata, perché il sole gli fa male, perché il mondo è pericoloso e tossico. Il piccolo inizia a mostrare i segni della malnutrizione e disidratazione, non cresce come dovrebbe, e quando Jude consulta di nascosto un medico, preoccupato per le condizioni del figlio, questi lo mette di fronte all’eventualità che il bambino possa avere delle conseguenze di salute gravi, se non fa subito qualcosa. Potrebbe morire, oppure sviluppare delle patologie neurologiche, un ritardo mentale.

Jude decide, allora, di prendere in mano la situazione e occuparsi di persona della nutrizione del figlio. Un giorno Mina scopre che il marito sta dando al bambino della carne e si arrabbia, ma incalzata dall’uomo promette che d’ora in avanti il bimbo mangerà cosa vuole lui. Però Jude scopre presto che la moglie, di nascosto, fa bere al piccolo un olio dopo ogni pasto, che non gli permette di assimilare gli alimenti e di avere uno sviluppo fisico normale.

L’ossessione e il delirio di Mina si aggravano ogni giorno di più e Jude è costretto a trovare delle scuse per portare fuori il figlio e dargli da mangiare tre volte al giorno, di nascosto. Mina però quando rientrano a casa annusa il bimbo, controlla se vomita cibo proteico e continua a operare su di lui quella che lei definisce come una “depurazione” fondamentale per il suo benessere.

Esasperato e spaventato, Jude decide allora di andare via di casa e portare con sé il bambino. Va a stare dalla madre e Mina ogni tanto fa loro visita per vedere il figlio. Continua, però, a dargli l’olio di nascosto e la suocera lo scopre. La donna, allora, chiede al figlio di non farla più venire in casa, perché è pericolosa per la salute del nipote.

Un giorno, Mina tenta di scappare con il figlio e Jude per sottrarglielo le dà una spinta, facendola cadere. La donna va via e torna (forse) la stessa notte accompagnata dalla polizia, dicendo che il marito l’ha picchiata e portando via con sé il bambino.

Il finale non ve lo svelo, perché ho già fatto troppo spoiling, ma è un finale imprevisto e profondamente drammatico. Il film racchiude in sé moltissimi aspetti psicologici e relazionali: l’attaccamento insicuro, il disagio psichico, la mancanza di reti sociali, dipingono un quadro cupo, disturbante, di chiusura, paura, ossessione, delirio, alienazione, costrizione, in cui i personaggi sono dei “cuori affamati”, come dice il titolo.

La protagonista viene dapprima assecondata, poi esclusa, ed etichettata come “pazza”. Ma quello che si nota subito è che nessuno mai si preoccupa di aiutarla, di farle avere un supporto adeguato, di fermare la sua corsa verso quel punto di non ritorno che fagociterà la vita di tutti coloro che le stanno intorno e metterà a rischio la sua sopravvivenza e quella di suo figlio.

Il bambino è il centro del suo mondo, e nonostante gli stia arrecando del danno, le sue intenzioni sono quelle di proteggerlo, di farlo stare bene; il fatto che chi le sta intorno usi sotterfugi, le sottragga il piccolo, la additi come folle, non aiuta certamente il suo rapido e inesorabile declino.

Un film da vedere, perché lascia il segno. Ottima la regia e la sceneggiatura e bravissimi gli attori.

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".