Parasite di Bong Joon Ho

Una riflessione psicoanalitica sul concetto di conflitto e identità

Il film di Bong Joon Ho inizia descrivendo le vicissitudini di una famiglia povera, i Kim, i quali abitano nella periferia di Seul, in un sottoscala nel quale cola l’urina degli studenti universitari ubriachi, sono alla ricerca di un wi-fi gratuito da scroccare e si guadagnano da vivere componendo cartoni per le pizze a domicilio.

I Kim si trovano “al fondo” della catena sociale ed il loro orizzonte, non solo visivo, è rappresentato da quella finestra che dà sul marciapiede dove tutte le persone camminano. Questo quadro di desolazione e povertà si mette in moto nel momento in cui il figlio maschio ha la possibilità di un lavoretto ben retribuito, simbolicamente nel momento in cui una “pietra” viene regalata alla famiglia. Egli diventerà l’insegnante di inglese privato della figlia di una famiglia agiata, i Park.

Da quel momento i Kim organizzeranno un piano che li condurrà tutti a lavorare per la famiglia ricca. Non svelo l’evoluzione successiva della narrazione, seguendo il mandato del regista, il quale durante la premiazione della Palma d’oro a Cannes ha chiesto ai giornalisti di non svelare la trama del suo lavoro.

La richiesta di Bong Joon Ho rivela molto delle intenzioni alla base di questo suo pluripremiato lavoro. Qualcosa non può essere svelato, qualcosa non può essere comunicato, qualcosa non può unirsi.

Il tema fondamentale che emerge dal film è il conflitto e la netta contrapposizione tra un “noi” e un “loro”, tra i ricchi e i poveri, tra il giù dei bassifondi della città e il su dei quartieri ricchi, tra la testa del treno e la coda (come descritto nel suo precedente film “Snowpiercer”, del 2013). Un conflitto che lacera, che produce dolore, che porta i poveri a voler essere ricchi e i ricchi a non guardare i poveri. Un conflitto che non apre al dialogo, ma alla impossibilità di comunicare.

Risulta evidente considerare “Parasite” un film politico e di lotta di classe, in cui esiste un Nord e un Sud (una Corea spaccata a metà), un Nord ricco e un Sud Povero, ma c’è qualcosa di più. Si coglie una profondità più psicologica nel film, in cui la contrapposizione tra le due famiglie, speculari (entrambi con due figli, un maschio ed una femmina), ci conduce a sentire la profonda impossibilità a dialogare tra queste due identità, una impossibilità al dialogo tra il “noi” ed il “loro”.

Il regista simbolicamente ci mostra geograficamente due mondi che non possono incontrarsi. Da una parte lo scantinato, nelle “memorie del sottosuolo” dei Kim, e dall’altro la villa progettata dall’architetto più importante della Corea. Insomma, due mondi distanti ed incomunicabili.  

Non si tratta di due mondi soltanto fisici, ma di due “mondi dell’anima”, due non luoghi che nell’uomo, secondo il regista, non possono co-abitare.  

Nel momento in cui la famiglia dei poveri riesce ad entrare all’interno della “Villa” avviene lo scontro, il conflitto, non inteso come lotta di classe, ma come l’impossibilità di appartenere a qualcosa. Nel momento in cui la casa dei ricchi accoglie la famiglia dei poveri, i Kim diventano appunto dei parassiti, perché non possono né esprimere la loro identità e né accedere a quel mondo così lontano dalla finestra del loro scantinato.

Il regista entra all’interno dell’anima umana comprendendo questo conflitto, che in termini più specifici è lo scontro tra la pulsione di morte e la pulsione di vita. Nel momento in cui la pulsione di morte entra nella “casa” non può che assumere la forma di un parassita che divora e lacera, che distrugge e si distrugge. I parassiti combatteranno anche contro altri parassiti…

Emblematico è il discorso del figlio dei Kim alla festa del figlio dei Park, nel giorno successivo a un diluvio che ha portato ad una vera e propria inondazione delle zone povere della città: “Che cosa ci faccio qui… anche una festa a sorpresa qui è perfetta”. Il messaggio simbolico del regista è che la pulsione di morte non può generare appartenenza e condivisione, ma soltanto un sistema che implode su se stesso. L’incontro nel conflitto assume la forma dell’incontro con un parassita da cui proteggersi.

Interessante a tal proposito è che all’interno di tale logica non esiste condivisione e identità. I protagonisti sono i Parassiti, i quali non possono appartenere né a se stessi né agli altri, ma divorano se stessi e gli scarti altrui. Divorano e sporcano come degli scarafaggi. Alcune immagini e scene del film descrivono proprio questa logica.

Il finale è ambiguo: chi riuscirà a realizzarsi? Quelli che bramano di avere i vestiti dei ricchi o quelli che sono disgustati dall’odore dei parassiti? Il figlio riscatterà il padre? E lo farà da parassita o trascendendo da tale logica?

“Parasite” è un film in cui le immagini, in alcuni momenti, descrivono davvero la lacerazione ed il conflitto che può essere traslato non soltanto dal punto di vista politico e sociale, ma anche su un piano più prettamente psicologico. Il regista riesce creativamente a rappresentare l’eterno conflitto umano tra le spinte più “vitali” e quelle più “mortifere” e “viscerali”.

Stefano Tricoli

Sono uno psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Sono Cultore della materia Psicologia Dinamica presso l’Università degli studi di Torino e ho una passione profonda e viscerale per il cinema. Mi mi piace vedere film e recensirli e collaboro, oltre che con Psychofilm, anche per un'altra rivista online di Cinema.