La casa di Jack – Il viaggio di Lars Von Trier nella psicopatologia continua

[Attenzione: spoiler]

Sono passati cinque lunghi anni dal suo precedente controverso lavoro, Nymphomaniac vol.I e vol.II, e Lars Von Trier pare aver sfruttato bene questo tempo, a giudicare dal suo ultimo film, in questi giorni nelle sale italiane.

Il regista non sembra aver abbandonato il suo stile, considerato spesso come fortemente misogino, e anche in “The house that Jack built” le figure femminili non vengono dipinte molto bene: una serie di donne, vittime di un serial killer particolarmente disturbato, interpretato magistralmente da Matt Dillon, sembrano contendersi il premio per la più stupida, così come dichiarato dallo stesso protagonista. 

Non fermiamoci alla superficie, se vogliamo vedere un film da benpensanti non dobbiamo guardare Trier che certamente è uno dei registi e sceneggiatori migliori e più maledetti del cinema contemporaneo, capace di raccontare i disturbi mentali con una intelligenza ed originalità ad oggi ineguagliata. Un artista tormentato, che mette molto del suo tormento nei suoi lavori, regalando al pubblico ad ogni film un nuovo viaggio nella psicopatologia.

Il protagonista della sua ultima pellicola sembra incarnare i più famigerati serial killer della storia:

  • Il suo nome è Jack, come quello dello squartatore della Londra di fine Ottocento.
  • Per attirare l’attenzione di una delle sue vittime gira con un paio di stampelle e rivela che fingersi bisognoso, facendo finta di avere un problema fisico o di avere bisogno di aiuto a portare una pila di libri è un ottimo modo per adescarle. Ted Bundy, prolifico serial killer attivo in America negli anni Settanta, avvicinava le sue vittime proprio in questo modo, fingendo di portare un gesso e di dover caricare dei libri in auto. Quando una donna si avvicinava per aiutarlo, la spingeva nell’abitacolo, per portarla altrove e poi ucciderla. Nel film “Il silenzio degli innocenti”, Buffalo Bill fa una cosa simile con Catherine, la figlia della Senatrice: fingendosi in difficoltà, si fa aiutare a caricare un divano sul suo furgone e con quella scusa la fa salire, per poi rapirla.
  • In una scena una delle vittime di Jack avvicina una pattuglia della polizia e Jack fa credere ai poliziotti si tratti di una lite tra una coppia di ubriachi. La sequenza pare ispirarsi alla storia vera di una delle vittime di Jeffrey Dahmer, il mostro di Milwaukee: un ragazzo, sfuggitogli durante le torture, aveva chiesto aiuto a una coppia di poliziotti, ferma in un’autopattuglia, ma Dahmer era giunto sul posto e aveva fatto credere agli agenti che lui e il ragazzo fossero una coppia gay, dicendo loro che avevano litigato e che il giovane era ubriaco. In questo modo era riuscito a riportarlo a casa e a ucciderlo.

Anche la storia di Jack, come quella di  Bundy, è ambientata negli anni Settanta, in America. Jack è un ingegnere, per volere del padre, ma sognava di diventare architetto, perché secondo lui “l’ingegnere è colui che legge la musica, ma è l’architetto quello che la suona”.

Jack ha un disturbo antisociale di personalità, ma non è il solito psicopatico, perché presenta in concomitanza anche un disturbo ossessivo-compulsivo. E questa è una delle originalità di questo film di Trier, perché dall’associazione di questi due disturbi mentali nasce una narrazione davvero singolare, strana, e a tratti esilarante. Pensiamo a un assassino spietato che dove passa lascia una esplosione di sangue e che allo stesso tempo ha una compulsione per la pulizia e il controllo. Matching perfetto, verrebbe da pensare, e invece no, perché quando Jack ha finito di pulire le sue tracce e può finalmente allontanarsi dal luogo di un delitto viene colto da improvvisi dubbi. Avrò pulito bene? Sotto il tappeto ci sarà del sangue? E sotto la lampada? Così è costretto a tornare in casa per controllare. Ma ogni controllo è vano, dato che i pensieri intrusivi ritornano più e più volte e l’unico modo per neutralizzarli è quello di compiere una nuova azione di controllo.

Jack però, con il progredire degli omicidi, sembra trovare un po’ di pace dalle sue ossessioni e compulsioni, insomma, uccidere sembra farlo stare meglio.

Jack è un personaggio che ricalca lo stile di Hannibal Lecter: è profondamente colto, ha grandi capacità artistiche e una mente brillante. Il racconto di 5 dei suoi omicidi, che lui chiama “incidenti” è intervallato da una serie di aneddoti di grande spessore intellettuale. Particolarmente bella è la metafora che utilizza per descrivere i suoi impulsi omicidi, dal craving al piacere di uccidere, alla fine del piacere e all’inizio di una nuova sofferenza e sete, che lo porta alla ricerca della prossima vittima. La metafora non ve la racconto, ma ha a che vedere con la luce e l’ombra.

Luce ed ombra sono solo due degli opposti citati nel film. C’è anche un riferimento alle poesie di William Blake “La tigre” e “L’agnello”, simbolo rispettivamente dell’innocenza e del lato oscuro e demoniaco dell’uomo (di nuovo luce ed ombra) e il riferimento al negativo della pellicola, nella fotografia, che rappresenta il lato oscuro della luce.

In più di un decennio di attività come serial killer, Jack cerca di fare di ogni omicidio una sorta di opera d’arte, sempre più complessa. Mentre parla della sua “arte”, compaiono immagini delle sequenze dei precedenti film di Lars Von Trier. Jack è dunque Trier? Probabilmente sì. E dove è destinato a precipitare? Forse negli abissi più profondi dell’Inferno?

Ma Jack in fondo, forse, vuole fermarsi, essere catturato, dato che diventa sempre più audace, dato che si lascia dietro una vera e propria scia di sangue, così come da bambino, giocando a nascondino, anziché fermarsi in un luogo nascosto correva in un campo coltivato, lasciando una chiara scia del suo passaggio, per essere trovato.  

Uno degli aspetti più interessanti del film di Trier è il dialogo che Jack ha, durante tutto il corso della narrazione, con un altro personaggio, che riconduce lentamente a riferimenti letterari espliciti. Si tratta di Virgilio, che lo accompagna nel suo viaggio verso gli inferi. Jack è dunque un moderno Dante e sono molti gli indizi che raccogliamo durante il corso della proiezione in relazione al riferimento alla Divina Commedia. Jack a un certo punto inizia ad indossare una veste rossa con il cappuccio, si capisce che il suo interlocutore ha scritto l’Eneide e che il loro cammino è verso quel luogo al cui ingresso si deve lasciare ogni speranza.

Trier addirittura riproduce fedelmente in una sequenza “La Barque de Dante”, dipinto di Eugène Delacroix del 1822 in cui Dante e Virgilio vengo traghettati attraverso il fiume Stige verso la città di Dite, e lo fa in modo estremamente pittorico.

Che cosa rappresenta Virgilio? Un interlocutore interno? Un Super-Io? Un’altra faccia di Jack e forse di Trier? Una luce in contrasto con la sua ombra? Un doppio? Come sempre cercare di cogliere tutte le sfumature, i riferimenti filosofici e psicologici nei film di Trier è un’impresa ardua.

Questa sua opera, come le precedenti, è un’opera d’arte, divina e satanica.


Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".