Psicologia di un mito: Marilyn Monroe

“L’alcol le faceva sempre questo effetto. Ottundeva la paura, dandole sicurezza. […] Marilyn aveva un terrore mortale dell’alcol. Era convinta che il suo eccesso potesse portare alla pazzia e aveva l’inconscio terrore di finire in una clinica psichiatrica, come i suoi nonni, suo zio, sua madre e altri membri della famiglia. Disgraziatamente, più tardi sarebbe ricorsa sempre più ai tranquillanti e ai sonniferi per avere lo stesso sollievo che riceveva dagli alcolici, non di rado unendo gli uni agli altri..”
 R.F.Slatzer – “Il caso Marilyn Monroe”

Sono un’assidua lettrice e sono sempre stata affascinata dalle biografie, testi e film in cui ritrovo, come in ogni storia, molti spunti di riflessione, dal punto di vista psicologico. Avevo già pubblicato su questo blog la storia di un grande della letteratura, Edgar Allan Poe, di un mito della musica, Elvis Presley, e affrontato il tema del talento artistico e del disagio psichico nell’articolo “Crazy Diamonds”.

Oggi vi vorrei parlare di un personaggio cinematografico che, benché abbia visto spegnersi molto presto la sua fiamma, come diceva una canzone di Elton John (“Candle in the wind”), continua da decenni a essere al centro del palcoscenico, per la sua bellezza e per la sua prematura e ambigua scomparsa: Marilyn Monroe.

Come Edgar Allan Poe e Elvis Presley, Marilyn ha attirato la mia attenzione quando scrivevo la mia tesi di laurea sulla Doppia Diagnosi, in quanto probabile esempio di vissuto nella co-presenza di  uno o più (multipla diagnosi) disturbi psichici e di una dipendenza patologica da alcol o sostanze. Si tratta di situazioni di grande sofferenza per i pazienti, che richiedono trattamenti specifici e coordinati da parte di più professionalità.

I personaggi che ho appena citato non hanno trovato la via di uscita dalle loro difficoltà, ma ci hanno lasciato molto, per questo le loro storie meritano di essere conosciute e ascoltate.

Per raccontare la storia di Marilyn ho scelto un libro scritto da un suo amico, R.F.Slatzer (“Il caso Marilyn Monroe” – 1980); tutte le citazioni tra virgolette di questo articolo, se non altrimenti specificato, sono tratte da esso.

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Marilyn Monroe nasce a Los Angeles nel 1926: il suo vero nome è Norma Jean Mortensen ma viene battezzata con il nome di Norma Jean Baker.  Martin Edward Mortensen è indicato come padre di Marilyn nel certificato di nascita, anche se la sua paternità non è mai stata del tutto certa. Secondo marito di Gladys Pearl Monroe, Mortensen lascia la moglie prima che partorisca, spaventato dalle nuove responsabilità che lo attendono. Muore nel 1929, in un incidente stradale.

Dopo la partenza del marito, Gladys Monroe inizia ad intrattenersi con molti uomini e la nascita della figlia viene da lei vissuta come un ostacolo alla sua vita sociale. La donna, inoltre, si trova in gravi ristrettezze economiche. Norma Jean viene dunque affidata ad una serie di famiglie, “coppie impoverite dalla Depressione e felicissime di assicurarsi in tal modo i venticinque dollari che l’assistenza pubblica pagava per il mantenimento della piccola”.

Nel 1933, la madre di Marilyn acquista una piccola casa, che affitta in parte a una coppia inglese. Marilyn torna quindi a vivere con lei, dopo un primo affidamento alla famiglia Bolender, ma passa la maggior parte del tempo con i due inquilini, in quanto la madre non è quasi mai in casa. “I due inglesi erano alcolizzati e le davano delle bottiglie di whisky invece che dei giocattoli per divertirsi”. Quando la coppia decide di tornare in Inghilterra, Gladys rimane nuovamente senza soldi e si trova costretta a cedere la propria casa alla banca. Questo evento causa il primo ricovero della donna, presso l’ospedale di stato di Norwalk, ma successivamente ce ne saranno molti altri: Gladys Pearl entrerà ed uscirà continuamente dagli ospedali psichiatrici (le sarà diagnosticata una schizofrenia).

Dopo il ricovero della madre, Norma Jean viene affidata ad una coppia che la costringe ad assistere alle riunioni di un culto religioso “dove la gente si contorceva sul pavimento coperto di sabbia d’un vecchio, rattoppato tendone”.

A partire dal 1935 e fino al 1937, Norma Jean viene messa in un orfanotrofio ed in seguito viene affidata a diverse famiglie, senza mai riuscire a trovare un rapporto affettivo stabile o delle figure genitoriali positive.

A undici anni Marilyn viene violentata. Si confida con l’affidataria del momento ma non trova conforto in lei che, anzi, l’accusa di avere avuto un atteggiamento troppo provocante con il suo stupratore. “Non dimenticherò mai l’espressione ferita che compariva sul suo volto quando parlava dell’uomo che le aveva fatto violenza e della sua ricerca di qualcuno che l’ascoltasse, la soccorresse. È la storia della sua vita. Ogni volta che aveva avuto bisogno d’una persona amica, aveva trovato il vuoto. Nessuno che l’ascoltasse, che l’aiutasse davvero”.

Nella vita di Marilyn Monroe compaiono molti uomini, ma le sue relazioni con essi sono tumultuose e spesso non durano a lungo, tanto che alcuni autori hanno ipotizzato che l’attrice soffrisse di un disturbo borderline di personalità.  “Le era facile farsi nuovi amici, ma se ne staccava altrettanto facilmente. Pareva sempre alla ricerca di qualcosa – o qualcuno – di nuovo. […] Marilyn si innamorava spesso, a volte troppo facilmente. Ma trovava difficile mettersi tranquilla dopo aver accettato un nuovo modo di vita.”.

Il primo marito della Monroe è James Edward Dougherty. Il matrimonio avviene nel 1942, quando Marilyn ha solo sedici anni. In seguito, Marilyn sposerà il famoso battitore degli Yankees Joe di Maggio e, dopo il divorzio da questo, il commediografo Arthur Miller. Robert Slatzer, amico della Monroe, sostiene nel suo libro di aver sposato l’attrice in segreto, a Tijuana, in Messico, quando Marilyn aveva già iniziato la relazione con Di Maggio. Il matrimonio sarebbe durato solo due giorni, a causa degli immediati segni di pentimento della donna.

Tra le varie relazioni sentimentali di Marilyn, è famosa quella con Robert Kennedy, che sta alla base, tra l’altro, di diverse congetture in merito alla morte prematura dell’attrice, avvenuta nel 1962 a causa dell’assunzione di un’overdose di barbiturici.

Marilyn Monroe è una donna che ha dovuto sopportare enormi sofferenze: non ha mai conosciuto il padre, che l’ha abbandonata prima della sua nascita, ha avuto una madre assente e affetta da gravi disturbi psichici, ha dovuto affrontare la povertà, il susseguirsi degli affidi, l’orfanotrofio, e addirittura uno stupro. Un quadro che si prospetta come tipico della disorganizzazione dell’attaccamento e del disturbo post-traumatico da stress complesso, spesso alla base del disturbo di personalità borderline, che molti hanno associato al profilo psicologico della grande diva.

Tutti questi terribili eventi l’hanno resa molto fragile, ansiosa e priva di basi solide su cui costruire la propria vita. Il terrore dell’abbandono, dovuto alle esperienze negative vissute durante l’infanzia, la seguirà sempre. “Non aveva mai voluto affezionarsi a bambini o animali, perché diceva: <<ho paura che se comincio a voler loro bene si stancheranno di me e mi abbandoneranno. Dio, non posso sopportare l’idea che qualcuno mi lasci!>>”.

Per lenire il suo senso di insicurezza e trovare una forma di equilibrio, Marilyn si rivolgerà a molti psicoanalisti, tra cui anche Anna Freud, che la definirà: “Emotivamente instabile, fortemente impulsiva, bisognosa di continue approvazioni da parte del mondo esterno; non sopporta la solitudine, tende a deprimersi di fronte ai rifiuti: paranoide con tratti schizofrenici” (tratto da: archiviostorico.corriere.it).

Secondo alcuni autori, invece, la diagnosi di Marilyn non è la schizofrenia, bensì il disturbo bipolare. La descrizione che fa della Monroe il suo amico R.F.Slatzer potrebbe rispecchiare questa ipotesi: “Un giorno era felice, piena di vita, straripante di gioia e di entusiasmo. Quello dopo era triste, silenziosa, perfino ostile”.

Alla morte di Marilyn Monroe, sono stati rinvenuti, nella sua casa, svariati farmaci e psicofarmaci, in enormi quantità e, dalla data delle ricette mediche e dal numero di pillole ritrovate, si è dedotto che l’attrice assumesse delle dosi enormi di medicine e tranquillanti in tempi molto brevi (alcune ricette erano rinnovate settimanalmente, il che faceva supporre che l’attrice facesse uso di centinaia di pillole ogni mese). “Benchè avesse soltanto tre anni quando il Seconal fece il suo debutto ad Hollywood, anche Marilyn un giorno sarebbe ricorsa a questo e altri barbiturici, non meno mortali, assuefacendosi e aumentando via via le dosi, fino a credere di non poter dormire né vivere senza una totale e irrevocabile dipendenza da essi”.

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".

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