La parola al corpo: dialogo con la vincitrice under 35 del premio Ubu per il teatro 2018 Chiara Bersani

Sei gradi di separazione, tutti noi possiamo essere collegati a qualunque altra persona attraverso non più di altre cinque relazioni. Nell’era di internet questa teoria riduce il numero di legami necessari ad incontrarsi, e questo mi permette oggi di ospitare su Psychofilm un personaggio dalla grande sensibilità, che ha accettato di condividere con noi la sua esperienza umana e professionale.  

Mi piacciono le contaminazioni, e teatro e cinema sono arti così affini, anche se così diverse, che “Backstage” non poteva perdere l’occasione di fornire ai suoi lettori un altro sguardo sul “dietro le quinte”, offerto con grande generosità e professionalità da un’artista che recentemente ha ottenuto un grande riconoscimento alla sua carriera: il premio Ubu per il teatro 2018 per la sezione “Under 35”.

Ho già ospitato, in questo spazio, professionisti che hanno lavorato sia in ambito teatrale che cinematografico, ma oggi voglio offrire un punto di vista più “puro”, anche se estremamente multisfaccettato e altrettanto “contaminato”, di una delle più antiche forme di narrazione, che grazie ai contributi di persone come Chiara Bersani, è diventato qualcosa di sempre meno categorizzabile: il teatro attuale è recitazione, danza, poesia, e molto altro ancora.

Credo che tu possa essere d’accordo Chiara, su questa non-definizione. So che preferisci essere chiamata “performer” che incasellata in un termine più restrittivo. Le “performing arts” aprono uno spazio potenzialmente infinito di espressione artistica e liberano da qualunque possibilità di classificazione.

Mi trovi perfettamente d’accordo con questa ambizione, se vogliamo, di provare a non definirci. Il punto è che il movimento dell’arte, l’arte dal vivo, sta correndo molto velocemente, sta cambiando, muta, mette in discussione le sue forme e le sue regole; dall’altro lato vi è però un’istituzione, nel caso italiano ad esempio il Ministero, che impone di avere delle definizioni, definizioni che servono per accedere a tutta una serie di finanziamenti, di supporti e di sovvenzioni, ma che non sono più al passo con quella che è la materia viva, che sono parole morte. Io non lo so se andando avanti si riusciranno a trovare nuove definizioni più idonee. In questo momento le definizioni che ci sono, sono definizioni che non brillano più, che sono quasi nostalgiche, quasi vintage. Per cui noi adesso ci raggruppiamo in queste enormi parole, dai contorni molto sfaccettati, e poi vedremo come si evolverà la lingua. Fortunatamente la lingua si evolve sempre, quindi siamo in attesa di nuovi termini.

Classificazioni, tassonomie, categorizzazioni, standardizzazioni, stereotipi culturali. La mia prima domanda mi porta necessariamente a riflettere sul tuo principale argomento di ricerca: il corpo politico. Le letture che gli altri danno al nostro corpo, con i loro sguardi, l’immagine che hanno di noi. Non abbiamo controllo sui significati che gli altri attribuiscono a ciò che vedono, in quanto tali significati sono legati ai loro personali filtri o modelli interni, alle loro esperienze? O lavorare su di noi, sul modo in cui mostriamo e muoviamo il nostro corpo nel mondo può modificare gli assetti preordinati delle persone e far sì che le letture che vengono date del nostro corpo siano quelle che noi vorremmo fossero date?

Queste praticamente sono le domande dell’intera mia ricerca. Per me il punto è che cercare di prevedere, di capire come gli altri ci interpretano, ossessionarci al pensiero dell’altro, mi sembra una battaglia persa in partenza, perché noi non abbiamo, nemmeno davanti alle persone che conosciamo meglio al mondo, una reale conoscenza di tutte quelle che sono le variabili che informano la loro percezione.

Io sono anche un po’ restia a dare un giudizio. Ovviamente noi sappiamo che esistono dei pregiudizi, sappiamo che i pregiudizi possono avere una valenza molto negativa, ma la valenza negativa, per me, arriva quando il pregiudizio si trasforma in azione. Inizialmente, prendendolo come termine puro, è un meccanismo umano: io per decodificare rapidamente la realtà come mi impone il mio essere un animale, alla fine, decodifico una serie di informazioni e metto in atto una valutazione appena vedo qualcosa, per leggerlo, per capire che cosa ho davanti. Poi, ovviamente, l’intelligenza vorrebbe che io andassi oltre, che questa prima impressione diventasse qualcosa di effimero e fugace, mentre diventa un problema quando diventa una struttura sociale, ma lì è un altro discorso. Comunque su questo primissimo pregiudizio io non riesco ad avere un’opinione, né positiva né negativa, lo colgo come un dato di fatto.

Quindi io che cosa posso fare per essere a mio agio? Perché ovviamente quello sguardo istintivo che colpisce la mia figura quando magari esco e incontro l’uomo della strada (inteso proprio come il passante, che incrocio casualmente e vedrò per dieci secondi, fino a quando mi sorpassa e non lo vedrò più nella vita,) può essere uno sguardo che anche a me che sono una donna con una solidità e una competenza, può ferire.

Come posso non farmi ferire? Come posso modificarlo, sapendo che non ho la minima idea del vissuto di quella persona, e quindi io posso solo agire su di me? Non lo so, questa è una domanda enorme, è la domanda che mi ossessiona, che mi accompagna da quando ancora non era così strutturata, da quando ero ragazzina e si trasformava in piccole strategie infantili, come poteva essere quella di utilizzare un linguaggio forbito, o cose del genere. Non so quale sia la risposta vera, profonda ed elegante a questa domanda. Nell’ultimo mio lavoro, “Gentle Unicorn”, che è il lavoro che considero un po’ un manifesto sulla mia riflessione sul corpo politico, io per esempio provo ad utilizzare il tempo, in questa direzione.

Provo a dilatare molto il tempo dell’incontro tra me e il pubblico, quindi quei famosi dieci secondi necessari affinché due persone che si vedono, si avvicinino e si oltrepassino, io lo dilato a 45 minuti di spettacolo, in cui compio un lento avvicinamento al pubblico. Ci avviciniamo reciprocamente piano.

La domanda che mi sono posta lavorando a questo spettacolo è stata: quanto tempo servirà a loro, che mi stanno guardando per la prima volta, per osservare il mio corpo, studiarlo, avere tutte le loro reazioni istintive legittime, compresi la paura, il fastidio, anche il disgusto, per poi annoiarsi di questo primo sguardo e cercare altro? Quanto tempo serve, e quanto tempo serve a me, a mia volta, per guardarli, spaventarli, spaventarmi, (perché comunque io mi trovo davanti cento occhi, mi trovo davanti una muraglia quando faccio questa performance) avere il desiderio di difendermi, metabolizzarlo, superarlo e avvicinarmi a loro cercando qualcos’altro?

La bellezza, per esempio, di questo lavoro, è che normalmente dopo circa un quarto d’ora, gli sguardi di tutti, il mio compreso, cambiano molto e vanno incontro alla creazione di altre storie, di altre relazioni, tanto che il finale diventa quasi un finale collettivo, loro sono coinvolti nella creazione del finale con me.

Queste sono le direzioni su cui sto riflettendo, spero di trovare una risposta alle tue domande prima di morire, ma non lo do per certo.

Ph. Kasia Chmura-Cegielkowska

Guardando le tue performance si ha l’impressione che tu abbia una forte consapevolezza del tuo corpo e anche un buon rapporto con esso, fino a mostrarlo nella sua completa nudità. Ci sono ancora molte persone che invece il corpo lo nascondono, non lo esplorano e non lo lasciano esplorare, che non lo accettano in quanto distante dai parametri degli standard culturali, che cercano di modificarlo non sopportandone le caratteristiche innate o i naturali cambiamenti. Tu sei affetta da una forma medio-grave di Osteogenesi Imperfetta: in che modo hai scoperto le potenzialità del tuo corpo e quanto la riflessione su di te è passata attraverso la sperimentazione delle tue performance artistiche?

La riflessione sul mio corpo è una riflessione che porto avanti veramente da sempre, proprio per la specificità della mia malattia. L’Osteogenesi Imperfetta rende il mio scheletro molto fragile, questa è la caratteristica più evidente, che influenza maggiormente la vita di una persona con questa patologia. Avere le ossa fragili influenza la tua vita, nelle esperienze sensoriali, perché provi fin dalla primissima infanzia dei dolori molto acuti e dall’altra anche dei piaceri molto particolari, che magari sono un po’ preclusi a persone con uno scheletro sano. Alcune zone diventano più sensibili. Hai un mondo sensoriale molto specifico e molto potente. I ricordi della mia infanzia sono carichi di sensazioni fisiche in tutte le direzioni, non solo quelle del dolore. Uno dei ricordi forse per me più belli, legato al corpo della mia infanzia, è il momento in cui mi viene tolto il gesso: c’è una finestra di tempo in cui tu quasi non ti senti l’arto, o comunque senti questa leggerezza e questo peso, hai tutto sballato, ed è una cosa incredibile. A me quella sensazione lì piaceva così tanto, piace così tanto, che la ricordo come una cosa profondamente piacevole. Poi ci sono anche tutti i ricordi negativi, che ci sono e non fingo non esistano.

Quindi, in realtà, le potenzialità del mio corpo io le ho sentite da subito e le ho esplorate da subito, anche se con timidezza. Ovviamente fino alla fine dell’adolescenza ero molto timida, spaventata come molte adolescenti. Sicuramente il lavoro in teatro ha dato una buona direzione alla mia vita, nel senso che io sono stata anche molto educata da una società che era la società degli anni Novanta, a puntare tutto sull’intelligenza, quasi per rivendicare un corpo diverso. A me questa cosa, in realtà, non era mai piaciuta realmente, perché io con il mio corpo continuavo ad avere questo rapporto bello, quindi questo continuare a metterlo quasi in secondo piano, per portare avanti la mia intelligenza, era qualcosa che mi metteva a disagio, anche perché non ci contavo così tanto sulla mia intelligenza. Non che mi sentissi una bambina stupida, però mi sembrava un po’ poco, mi sembrava pericoloso puntare tutto lì. Poi continuavo a pensare: se un giorno mi stanco di studiare cosa faccio, se l’unica cosa che posso fare è studiare, o almeno sembra che sia così?

Quando poi è arrivato il teatro è arrivata la possibilità di scoprire il corpo, di scoprire come il corpo poteva muoversi senza carrozzina, quante immagini poteva incarnare, quanto poteva ampliarsi, restringersi, quanto poteva modificarsi. Ovviamente questa cosa è diventata subito enorme per me, enorme e vorace; quindi ho lasciato l’università, per molto tempo mi sono quasi ribellata all’intelligenza e abbandonata al corpo. Poi la cosa è molto semplicistica, perché il corpo è intelligente, sempre.

La questione che poni nella domanda è molto ampia: è una questione che riguarda donne e uomini quella del corpo castrato, del corpo non esplorato. È un problema che tocca un po’ tutti: noi siamo tutti bloccati in una società che ti impone una visione del corpo bidimensionale.

Esiste un corpo che se ci confrontiamo con quel corpo perdiamo tutti, perché è un corpo che non è reale, perché è il corpo sempre prestante, il corpo sempre rapido, è il corpo che ci ha raccontato e imposto il capitalismo, che è il corpo standard, dell’uomo, bianco, alto, forte, sano. È un corpo che è fallimentare; il paragone con quel corpo è fallimentare per tutti, a priori.

Poi è ovvio, ci sono corpi come il mio, come tanti altri corpi più radicali nella loro forma, nella loro genetica, nel loro DNA, nella loro provenienza geografica. Ovviamente nei nostri corpi tutto questo è più evidente, ma questa è una cosa che riguarda uomini, donne e tutti i corpi che stanno vivendo questa enorme violenza. Tutti discutono sui corpi e tutti credono di poter dire cosa un corpo può fare e cosa un corpo non può fare, fin dove un corpo può spingersi. Sono molto violati i corpi, in generale.

Abbiamo detto che il primo sguardo del mondo su di noi è il corpo e la prima conoscenza degli altri che facciamo è quella della loro immagine. Il corpo è il confine tra il dentro e il fuori, possiamo dire che è la casa che abitiamo e come tutte le case ha una facciata che è rivolta all’esterno. Torniamo dunque al discorso sul corpo politico: la tua riflessione sul tema è partita dalla particolarità del tuo corpo, dove spera di arrivare in futuro?

Il mio discorso sul corpo politico è partito dal mio corpo e si è subito spostato su altri corpi, inizialmente, perché io ho sempre avuto un po’ questo problema, che dicevo: ok, va bene, il mio corpo è strano, ma cosa gli interessa agli altri, oggettivamente, cosa gliene frega agli altri della specificità del mio corpo, della mia vita, della mia autobiografia? Per quale motivo io devo fare un’opera che parla di me? Per me è stato evidente, quando ho capito che mi interessava la questione del corpo politico, e che la radice era profondamente autobiografica, che la prima cosa che dovevo fare era trovare qual era la matrice universale di quella riflessione, e quindi ho iniziato a lavorare con altre persone, su altri performer. Quindi questa riflessione l’ho declinata con “Goodnight, peeping Tom”, l’ho declinata nella chiave del desiderio, che fosse di qualsiasi natura; io sono solo una dei quattro performer, gli altri sono: Marta Ciappina, Marco D’Agostin e Matteo Ramponi. In “Tell me more” l’ho declinata in un lavoro con una corale di otto uomini veneti abbastanza anziani, che avevano accettato di sperimentare con me questa tematica.

Ci ho messo un po’ prima di decidere di incarnare questo discorso su di me, anche se tutto era partito da lì, e ci sono arrivata quando ho creduto di aver trovato quella chiave che era appunto una chiave che riguardava un po’ tutti: tutti i corpi sono politici, tutti i corpi, come scrivi tu, sono la nostra casa e hanno un’intimità e un esterno, un’esteriorità, tutti i corpi devono relazionarsi con questa ambiguità; se su di me questa cosa è particolarmente evidente, è comunque presente anche su di te, che non ti conosco, non ti ho mai vista, ma sicuramente per il fatto stesso che hai un corpo e che sei in una società, vivi questa identica esperienza, declinata secondo la tua personalità, ovviamente.

Dove vorrei arrivare non lo so, nel senso che adesso penso che la cosa si scioglierà in mezzo ad altre questioni; con “Gentle Unicorn” ho messo un bel punto, quindi io adesso ho anche bisogno di riflettere su altro. Stanno partendo nuovi progetti in cui le urgenze sono lievemente diverse. Il corpo politico resta la mia base, quindi per adesso non sarà proprio il mio argomento principale ma sarà sempre il sottofondo della mia riflessione. Mi piace pensare che tra dieci anni il ragionamento si sarà evoluto così tanto che avrò qualcosa di veramente nuovo da dire, e allora lo riprenderò in mano. Adesso non ho un progetto per lui, la chiave più universale penso di averla già trovata, quindi adesso è come se avessi trovato il mio ABC, per andare avanti a lavorare e parlare anche di altro, poi si vedrà.

“Gentle unicorn” può essere considerato, dunque, come il punto della ricerca sul corpo politico che hai condotto in questi anni, essendo questa opera centrata totalmente su un corpo, il tuo, e non essendoci un incontro con corpi di altri performer. Hai chiuso il cerchio, per il momento. Ci vuoi parlare, però, dei motivi della scelta dell’unicorno? Cosa rappresenta per te questa figura?

L’unicorno l’ho scelto perché avevo iniziato a leggere casualmente su di lui. C’è questo primo sciocco aneddoto che devi sapere: a casa di mia madre avevamo comprato il modem nuovo, perché non funzionava più quello vecchio. La stavo aiutando a installarlo e sotto c’era la password, quella che ti danno di default, quando compri il modem; la password era “gentleunicorn028”. A me questa cosa ha fatto morire dal ridere: ma chi è che si inventa queste password? Così in treno, al telefono con Marco D’Agostino, un po’ scherzando e un po’ no, gli ho detto: se dovessi fare un assolo, lo chiamerei così, “Gentle Unicorn”. Gli avevo anche detto che avrei cantato tutto il tempo, cosa che non succede perché non apro bocca in questo spettacolo.

Questa battuta un po’ sciocchina, in realtà mi è rimasta in testa, e un giorno mi sono messa a cercare su internet informazioni sull’unicorno, sulle sue origini, sulla sua storia, e ho scoperto questa cosa che mi ha completamente sedotta: che non ha un’origine. Io ero convinta che fosse una figura mitologica greca, o qualcosa del genere, come può essere Pegaso o Medusa, invece è probabilmente un errore di lettura, una sorta di storia esotica inventata da uno storico, sì dell’antica Grecia, ma per parlare dell’India, che in India si diceva c’erano questi unicorni, ma non c’è nessuna radice culturale che li racconta. Questo ha fatto sì che l’unicorno nei secoli sia stato utilizzato dai più diversi movimenti e pensieri, che lo hanno preso a loro icona. Quindi è stato tante cose diverse: è stato difensore della purezza, difensore del cattolicesimo contro l’invasione islamica, simbolo di casati nobiliari, simbologia pagana… Quando ho letto questa cosa, sono impazzita; quale metafora migliore poteva esserci per la riflessione sul corpo politico e sui significati che vengono dati da altri ad una forma preesistente, se non questa?

Come hai capito che il teatro era la strada giusta su cui muovere il tuo corpo e come hai capito in che modo proporti artisticamente in questo ambito e in quali realtà proporti?

Ho capito che il teatro era un mondo che mi interessava quando ho visto che ti dava una serie di possibilità di esplorazione del corpo e dei movimenti veramente ampia. Ciò mi affascinava e mi seduceva.

Invece, come ho capito come propormi e a chi, è più complicato. È stato difficile, perché non c’era un precedente; io non avevo un attore o attrice italiano freelance, cioè non legato a una compagnia in cui lavorava stabilmente, che si proponeva e lavorava professionalmente in diversi progetti. Era come se non avessi una strada da seguire. Perciò è stato tutto un inventare delle possibilità. Sono andata un po’ a tentoni, sia nella ricerca di possibilità per formarmi, sia nella ricerca di possibilità per lavorare. Poi è successa una cosa veramente bella e importante, che io ho avuto la fortuna di non essere mai sola, nel senso che ho sempre lavorato con una équipe di artisti, amici e colleghi con i quali sono legata dagli inizi del nostro percorso, che sono Alessandro Sciarroni, Remo Ramponi, Marco D’Agostin, Marta Ciappina, artisti con cui si è creata una rete così forte che ci ha permesso di sostenerci, di aiutarci a capire come raccontarci a vicenda, creare degli spazi laddove non c’erano, provare a fare per farci vedere e far vedere il nostro pensiero, se non trovavamo nessuno che lo sposava e lo accoglieva.

Poi c’è stato anche il fatto che io a un certo punto, visto che era chiaro che non potevo avere un percorso formativo e professionale canonico, ho iniziato a fare quello che avrebbe fatto chiunque altro, cioè a decidere quali erano gli artisti che a me piacevano, indipendentemente se avessero lavorato o no con disabili, e propormi. A volte è andata male, a volte è andata bene, a volte benissimo; ad esempio con “Babilonia Teatri” è iniziato perché avevano fatto una call, io mi sono candidata e loro mi hanno chiamata. Non c’era nessun precedente, e da lì è iniziata una collaborazione che ancora continua tuttora.

La cosa fondamentale, secondo me, è stata non pensare di cercare la risposta negli ambiti che erano stati prestabiliti per persone disabili. Se devo dare un consiglio a qualcuno che sta iniziando, è la cosa che continuo a dire e rivendicare; non possiamo imporci, ma dobbiamo proporci, e proporci con fermezza.

Che la gente sia obbligata almeno a guardarci, e alla terza volta che ti guarda e ti dice di no perché ha paura di confrontarsi con un corpo disabile, poi a un certo punto ti dirà: va bene, dai, vieni a fare un provino, vieni a fare un’audizione, vieni a fare un workshop, e poi ne riparliamo. Lì puoi far vedere le tue competenze ed essere valutato in base alle tue competenze. La cosa fondamentale è proporsi, anche in modo incosciente, ma continuare a proporsi.

Quando hai ricevuto il premio Ubu per il teatro 2018, hai dichiarato:

“Se dovessi raccontare come mi sento ora, mentre provo a organizzare i pensieri in un breve discorso, mi vengono in mente gli astronauti quando si avvicinano alla Luna, o almeno come io li immagino in quel momento: confusi, euforici e un po’ soli. Loro sanno che pochi altri uomini li hanno preceduti su quel satellite. Sanno di essere un’eccezione perché la norma vuole che i corpi come i loro restino sulla terra e sulla terra camminino e vivano. Se i corpi degli astronauti sono arrivati sulla Luna è perché molte persone prima di loro li hanno immaginati là e hanno fatto il possibile per mandarli. Se io, con il mio corpo disabile oggi sono qui, a ricevere un riconoscimento così prezioso, è perché qualcuno da chissà quanti anni ha iniziato lentamente a smussare gli angoli di un intero sistema. Se il mio corpo è qui è grazie a tutti i maestri che hanno scelto di accogliermi come allieva anche se questo significava adattare i loro metodi ai miei movimenti. È grazie ai registi, ai coreografi, ai curatori, ai colleghi attori e performer che hanno abbracciato la specificità della mia forma. È grazie a chi inizialmente non era d’accordo e poi ha cambiato idea. Quando gli astronauti sono arrivati sulla Luna hanno messo una bandierina, volevano segnare una conquista: quello era il punto più lontano nell’universo raggiunto dall’uomo. Anche io oggi vorrei mettere una bandierina qui ma non per fissare un punto d’arrivo. La mia bandierina vuole essere una linea di partenza perché io non voglio più essere un’eccezione!
I premi servono ad aprire questioni e io vorrei che si iniziasse a riflettere in maniera più strutturata sull’importanza di rendere veramente accessibile la formazione per attori e performer anche a corpi non conformi. Vorrei che sempre più autori, curatori, registi e coreografi iniziassero a vedere nella variabilità della forma un potenziale e non solamente un rischio. Vorrei che si uscisse dal pensiero narrativo-naturalistico per cui uno spettacolo contenente un attore appartenente ad una qualsiasi minoranza debba necessariamente affrontare tematiche relative ad essa. Oggi desidero leggere questo premio come un’assunzione di responsabilità da parte del teatro italiano nei confronti di tutti quei corpi che per forma, identità, appartenenza, età, provenienza, genere faticano a trovare uno spazio in cui far esplodere le loro voci”.

Che belle parole, Chiara. A volte sulla Luna non ci si arriva, perché si pensa di non poterci arrivare e l’ostacolo è interno. A volte perché gli altri ci impediscono di raggiungere quel traguardo e gli ostacoli sono principalmente esterni. Tu non solo non hai creduto alla norma che un corpo come il tuo dovesse restare sulla Terra, ma hai anche incontrato persone che ti hanno immaginata sulla Luna e ti hanno aiutata ad arrivarci. E come ci sei arrivata… Sei un’artista ecclettica: performer, regista, autrice, coreografa. Collabori con importanti realtà del teatro contemporaneo europeo e quest’anno hai in agenda spettacoli sia in Italia che all’estero. Hai seguito e stai ancora seguendo una scuola di alta formazione in sceneggiatura, diretta dal regista Marco Bellocchio. Che cosa ci regalerai nel futuro? Ci sono dei colori della tua anima artistica che non hai ancora mostrato?

Io spero tanto di sì, che ci siano ancora dei colori che non ho ancora mostrato. Mi piace pensare, anche per la precedente riflessione sulle definizioni che abbiamo fatto, che i linguaggi artistici si possano contaminare e affinché si contaminino vanno conosciuti. Mi piace andare avanti ad esplorarli, è tanto importante per me. Adesso stanno partendo dei nuovi progetti, che debutteranno nel 2020, uno è con una compagnia di danza svedese, in cui sono presenti anche danzatori con disabilità, per cui questa per me sarà una cosa estremamente nuova perché non ho mai diretto altre persone disabili. È in cantiere anche un assolo per Matteo Ramponi e Remo Ramponi, il cui debutto sarà sempre nel 2020, ma che forse avrà qualche piccola dimostrazione prima del debutto. Entrambi questi lavori parlano sempre dei corpi, ma in relazione molto più al nostro contemporaneo, al nostro tempo, ai corpi che vengono esclusi, abbandonati, e alla sensazione che abbiamo noi, che improvvisamente siamo corpi privilegiati, a quella sensazione di inutilità e di smarrimento davanti a una dimostrazione di potere così violenta, come quella che sta avvenendo ora. Siccome le questioni che si toccano sono così tante e così grandi, ho deciso di dividerle in due lavori differenti. Quello svedese sarà più su quello che è l’implicazione emotiva e quello italiano con Matteo Ramponi sarà più politico, nel tentativo di assumere una posizione davanti a quello che sta accadendo ai corpi.

Questi sono ancora linguaggi teatrali; ci sono altri linguaggi che sto esplorando e che ancora non ti so dire se diventeranno forma oppure no, però sto andando avanti a studiare alla scuola di Bellocchio, scuola che amo molto. Adesso il corso è finito ma sto portando avanti alcuni progetti, non so dirti se questi progetti diventeranno un giorno materici oppure no, per adesso li sto portando avanti come esercizio, e poi vedremo.

Grazie Chiara per la tua disponibilità. Questo incontro, come ogni incontro, ha creato una pagina nuova nella mia storia, nella tua e in quella di chi ci segue. Spero che le nostre strade si possano incrociare ancora, con o senza gradi di separazione; in caso contrario ti auguro buon lavoro e buona vita.

Mi piace molto questa chiusura e le tue domande erano molto belle. Ti ringrazio per la nostra chiacchierata, e speriamo in un “a prestissimo”.

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".