Il surrealismo dei King’s Magicians, tra teatro e cinema

Un palco; due personaggi; parole solenni pronunciate in un linguaggio incomprensibile che vengono tradotte, ma a cui lo spettatore non sa dare un senso, o almeno non un senso convenzionale; delle luci; il tutto spezzato dalla proiezione di alcuni cortometraggi. Questo il progetto teatrale che i King’s Magicians (Jacopo Aliboni e Simone A.Tognarelli) stanno organizzando, il quale prevedrà, appunto, la proiezione dei corti da loro prodotti fino ad oggi, due dei quali sono stati presentati al Festival di Cannes nella sezione “Short Film Corner” (“A New Born” e “Le Temps Prend Feu”). Per questa rappresentazione, che sarà un vero e proprio Manifesto della loro poetica cinematografica, i King’s Magicians stanno coinvolgendo delle importanti compagnie teatrali nazionali ed internazionali.

Ho letto il copione di questa performance, la descrizione dei personaggi, e il modo in cui le luci verranno utilizzate all’interno di questa singolare e artistica forma di narrazione, seguendo passo a passo il percorso visivo attraverso il quale lo spettatore verrà condotto in una realtà distante dal reale, guidata da una sorta di automatismo psichico e da una assoluta libertà espressiva, per un’esperienza che definirei onirica e allucinatoria.

Un linguaggio visivo e sonoro, quello dei King’s Magicians, che contiene tutte le caratteristiche dell’arte surrealista, dove l’inconscio e il sogno prevalgono sul conoscibile, dove realtà e fantasia si sovrappongono, per confondere e creare uno stordimento dal potente effetto emotivo, togliendo allo spettatore qualsiasi conforto, attraverso trame irrazionali e non convenzionali.

“Toujours present en nous”

In questo cortometraggio gli unici linguaggi utilizzati sono quello mimico e sonoro. Un racconto minimalista, girato in bianco e nero. L’unico protagonista di questa opera della durata di circa 6 minuti è l’attore e mimo inglese Lindsay Kemp, personaggio che regala una performance basata esclusivamente sul linguaggio non verbale, i movimenti accentuati del corpo e le esasperate espressioni facciali. L’ambientazione è quella di Villa Saletta, una dimora abbandonata che si trova in provincia di Pisa, e la musica che accompagna la recitazione muta di Kemp è stata scritta dal compositore livornese Jacopo Aliboni ed eseguita dalla flautista Livia Schweizer. Il brano è stato il punto di partenza per la sceneggiatura, scritta a quattro mani da Simone Tognarelli e dallo stesso Jacopo Aliboni.

“Du temps perdu”

Un cortometraggio con protagonisti dei pupazzi, girato con la tecnica della stop motion o “passo uno” e ispirato ai lavori di Jan Švankmajer, maestro surrealista ceco. Il primo personaggio ad entrare sul palcoscenico, da una porta che pare vivere di vita propria e annunciare ogni nuovo ingresso attraverso una sorta di vibrazione innaturale, è un omino che per tutta la durata del corto beve da un fiasco di vino. Tutto ciò che succede intorno a lui, da quel momento in poi, è molto caotico. Entrano pupazzi di diverse dimensioni, alcuni dalla forma umana, altri con caratteristiche umane e caratteristiche non umane (personaggi a due teste, un pupazzo che è metà uomo e metà tavolo).

L’uomo ubriaco continua a bere dalla sua bottiglia, mentre intorno a lui succedono varie cose; i pupazzi entrati in scena dopo di lui sembrano fare festa, ballare, ma forse questo è solo il tentativo dello spettatore di dare un significato a ciò che vede, apparentemente privo di senso.

Alla fine, però, si ha l’impressione che il racconto sia una parabola esistenziale: la sensazione di chi guarda è che tutto ciò che è accaduto fino a quel momento sia la metafora di una vita sprecata. Il tempo perduto del titolo assume, allora, un valore semantico.

 

“Notes de s’enfoncer dans du rêve” è un cortometraggio onirico, in cui si fondono il realistico del primo corto, rappresentato dall’occhio umano, e l’animazione del secondo, rappresentata questa volta dal disegno.  Il riferimento alla prima visione è dato anche dal fatto che l’occhio umano è in bianco e nero, mentre i disegni hanno delle note di colore, anche se molto distanti dal colore acceso delle pareti di “Du temps perdu”, che sono di un rosso così vivido da sembrare verniciate con il sangue.

In “Le temps prend feu” tornano i colori vivaci e l’ambientazione è più naturale rispetto ai lavori descritti precedentemente. Protagonista della storia è un carillon per metà meccanico e per metà umano: il meccanismo è a terra, in mezzo al verde, mentre la ballerina è in carne ed ossa.

Si tratta di una metafora sulla percezione del tempo: non esiste un orologio che possa definire la vita dell’intero universo; ogni cosa ha il suo proprio scorrere del tempo, diverso da quello delle altre e l’idea che esista un presente comune a tutto l’universo è un’illusione.

“A new born”

Una ragazza fugge da qualcosa e si rifugia nella sua stanza buia. Qualcuno sembra voler entrare dalla porta chiusa a chiave e le prime scene descrivono in modo molto suggestivo la paura. Questa emozione di base pare essere inscenata in modo molto profondo, inconscio, onirico. La paura di non sopravvivere, la paura del buio, la paura del cambiamento, la paura del trascorrere del tempo. La protagonista prima fugge, da qualcuno o da se stessa, poi si chiude nella stanza e forse in sé, si rannicchia in un angolo, si nasconde, pare indifesa ed arresa, per poi trasformarsi o forse rinascere, dato che appare nuda e diversa, più libera. Forse la mia è un’interpretazione soggettiva e deformata dalla mia cultura prettamente psicologica, ma potrei vedere in questa sequenza molte metafore della rinascita psicologica, ad esempio quella legata al passare attraverso un dolore, un trauma, una paura e superarli, cambiare, fare un percorso personale di crescita.

Inutile però cercare un significato univoco di questo corto, e anche contrario a ciò che sta dietro alla sua realizzazione, di tipo surrealistico. Ogni significato è negli occhi di chi guarda e non può essere universale.

C’è anche l’aspetto della contaminazione tra uomo e macchina, tra vita reale e finzione, attraverso il passaggio della protagonista all’interno dello schermo di un televisore. In generale, si possono trovare nei lavori di questo gruppo di artisti, molti riferimenti al cinema (es.ai lavori onirici e allucinatori del visionario David Lynch) e alla letteratura surrealisti.

Per finire, ora vorrei lasciare la parola a Simone A. Tognarelli e a Jacopo Aliboni, membri del collettivo dei King’s Magicians, per una dichiarazione spontanea su questo progetto:

Grazie Laura per questa attenta interpretazione del nostro lavoro. Nei nostri progetti la componente psicologica è fondamentale e nel nostro modo di operare cerchiamo sempre un’interazione con lo spettatore, con l’occhio che guarda. Questa interazione è anche riscontrabile nella stessa struttura visiva e musicale delle nostre opere. Avere quindi un’analisi accurata come quella da te elaborata, che riesce a cogliere profondamente il senso di ciò che facciamo, è davvero molto interessante dal nostro punto di vista.

Vorremmo utilizzare questo spazio libero che ci concedi con l’enunciare innanzitutto lo statuto del nostro progetto artistico:

“Visione è tutto ciò che ancora mi esalta”. Questo è il punto di partenza. In scena può esserci il performer, può esserci l’oggetto, ma niente è vincolato a una logica di appartenenza a qualcosa, anzi, tutto è in continua simbiosi, interpretabile. L’opera offre allo spettatore frammenti dal suo quotidiano, raccontati però attraverso immagini e suoni che dal quotidiano non potrebbero essere più distanti. Ecco l’oggetto, che può essere scenico o diegetico, a frantumare la narrazione e ad astrarla. Ecco il performer, che narra, raccontandoCi. Ecco lo spettatore, che si identifica e diventa a sua volta oggetto di astrazione. Ed infine ecco il pugno materico, che indica nuovamente la realtà, ma proponendo una nuova prospettiva per guardarla. Prospettiva, questa, svincolata adesso da tutto ciò che ci eravamo inizialmente portati dal quotidiano.

Si inizia così e non si finisce, preparati a questo punto a una nuova visione… chiamiamola visione, o chiamiamola anche irrealismo mutazionale.

L’irrealismo mutazionale è il termine da noi coniato per definire questo percorso fatto di tre fasi:

  • attingere dal quotidiano per enunciare un concetto conosciuto;
  • astrarre in corso d’opera la realtà che conosciamo relativa a quel concetto;
  • “uscire” dall’opera con un nuovo elemento da portare nel quotidiano, elemento questo in grado di sviluppare una mutazione del concetto enunciato.
L’obiettivo non è quindi quello di formare ad un significato immediato per la comprensione dell’opera, ma di far uscire lo spettatore con un elemento potenzialmente in grado di modificare la sua prospettiva per la comprensione di opere successive, ma soprattutto per una rilettura di un determinato concetto emerso e poi reimmerso nel quotidiano.

Riprendiamo la tua frase, in cui dici che “Ogni significato è negli occhi di chi guarda e non può essere universale” per affermare che il concetto da te espresso è alla base della nostra poetica e introduce anche il nostro tentativo di chiamare in causa lo spettatore, la nostra interazione con chi guarda, che avviene in alcuni frangenti delle nostre opere e che va spesso a precedere il da noi definito “pugno materico”.

Come King’s Magicians ci proponiamo a chi ci guarda con un mondo ibrido e multiforme, che si fa visivamente e musicalmente territorio di esplorazione per gli elementi da noi introdotti; elementi presi dal quotidiano e resi, attraverso l’irrealismo mutazionale, riplasmabili sulla prospettiva e sulle percezioni che la visione ha apportato ed apporterà ad essi.

Laura Salvai

Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e terapeuta EMDR. Fondatrice del gruppo Facebook "PSYCHOFILM" e proprietaria di questo sito. "Il cinema? Una grande passione da sempre, diventata con il tempo anche uno dei miei principali impegni professionali".

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.